La complessità del senso
24 08 2017

Oltre il giardino, l’esperienza e le immagini

  

Il giardiniere che sarà Presidente

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Oltre il giardino Hal Ashby, 1979

 

Circola in questi giorni la storia del giardiniere Peter Sellers, quella del film Oltre il giardino proiettato nelle sale di prima visione: un handicappato sulla cinquantina, definitivamente bambino, vissuto per anni a coltivare fiori e piante del suo padrone e a guardare la televisione, piccolo schermo e telecomando, nient’altro.

Quando il padrone muore, Chence si ritrova con una valigia in mano, a camminare nella vita reale. Su un tappeto scorrevole di equivoci, gli capita di arrivare fino al punto che qualcuno pensa di farne il nuovo presidente degli Stati Uniti (la vicenda si svolge a Washington). Perché?

La risposta – è entro questi termini la ragione del nostro intervento, che non è di “critica” cinematografica – non è morale, almeno nel senso che non va scambiata per una “morale della favola”. Né estetica, almeno nel senso che non si deve prenderla per una disamina artistica del film. Cerchiamo invece una risposta tecnica. Anzi, più che una risposta, una serie di domande “immediate”, quasi ingenue.

A guardare sempre la Tv, si resta bambini? E da bambini, è più semplice vivere, fare discorsi, praticare scelte? E’ di semplicità infantile che ha bisogno il mondo? Ne vien fuori una quasi-ovvietà: la Tv non è la realtà. Le immagini del teleschermo non possono sostituire l’esperienza in tutto e per tutto: trasmettono una realtà che è soltanto la realtà televisiva e non è per questo, automaticamente, la nostra realtà. E’ anche la nostra, quando riusciamo a collegarla con l’esperienza che ogni giorno e ogni minuto facciamo, al di là della televisione.

Il meraviglioso percorso di Chance-Sellers è, in realtà, un angoscioso, drammatico scontro tra l’inesperienza e la complessità del contesto della vita vissuta. La vita vissuta, i sentimenti, gli intrecci di casi, gli intrighi di affari, non si possono affrontare con parole semplici. E’ un’illusione.

Le parole semplici, ossia i significati puramente letterali, che rimandino direttamente alle “cose”, non esistono. Ogni parola, anche quella del bambino più inesperto; ogni immagine, anche quella registrata puntando l’obiettivo sulla “realtà”, porta con sé un bagaglio metaforico, un’eredità di doppi, tripli, quadrupli e infiniti sensi. Essi arrivano anche se non li vogliamo, ci sono malgrado la nostra individualità. E fanno parte del nostro modo di essere., di scegliere, di arrivare anche alla Casa Bianca.

Tra le parole, tra le immagini semplici (che non esistono) e la vita non può non esservi l’esperienza, nostra e degli altri. Non è tanto la morale di Chance-Giardiniere, che si allontana camminando sull’acqua ad impressionarci. E’ piuttosto la capacità del cinema, con la sua diversa qualità di tempo e di spazio (inquadratura-montaggio), la capacità di trovare una sintesi, un senso del discorso, questo è ciò che ci impressiona E’ il toccare con mano, come si dice, che la Tv non ci aiuta, senza il montaggio; che la parola-immagine diretta (se questa è la Tv) non è niente senza l’esperienza. “L’ho visto alla televisione”, si sente ripetere. E allora? Non è ancora niente. O quasi.


Franco Pecori, Che significa dire “L’ho visto alla Tv”? – Sul film “Oltre il giardino”, Paese Sera, 3 dicembre 1980.


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3 dicembre 1980