La complessità del senso
23 08 2017

Libri, Gabriele Ferzetti

Un attore moderno

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Uno, nessuno, centomila… questo è l’attore, il che vuol dire non irrigidirsi in una maschera fissa come troppo spesso avviene ormai nel cinema italiano. E tuttavia conformare una propria fisionomia, un carattere da con-testare in situazioni diverse, con una costante partecipazione all’adeguata profondità del testo, che nel cinema sono le singole sequenze, viste e vissute sul set avendo nella mente il montaggio, cioè con un andata-ritorno continuo da e verso la sceneggiatura. A volte può bastare uno sguardo, un tempo di battuta, un’intonazione di voce o perfino il look per una figura che sappia vivere in armonia nel progetto di regia. Quanti attori italiani vengono in mente in tale quadro? Pochi. Riassumendo in una parola, discrezione. E’ una linea implicita seguita da Massimo Giraldi, giornalista, critico cinematografico e saggista – cofondatore e caporedattore fino al 2011 della rivista Filmcronache e ora titolare della rubrica Cinema sul quotidiano Avvenire-Roma Sette – nel suo lavoro intitolato a Gabriele Ferzetti (Tabula fati, 2016), 95 pagine utilizzate con senso di economia di linguaggio e avveduta ricognizione della materia, a vantaggio del merito dell’attore, colpevolmente trascurato dalla critica. O almeno, non trattato in maniera organica ed esaustiva. Il titolo del capitolo di testa, Un attore moderno, dà già il senso della lettura che Giraldi propone riguardo a Ferzetti. L’attore romano (1925-2015) ha attraversato le prospettive dello spettacolo (teatro, cinema, televisione) in un arco che va dal neorealismo cinematografico di De Sica (Ladri di biciclette) e Rossellini (Stromboli, terra di Dio) alle rarefazioni di Antonioni (L’avventura), passando per Mario Soldati (La provinciale) e per Carmine Gallone (Puccini), senza dimenticare il Monicelli “rosa” (Donatella). Poi, seguendo la partizione in decenni – giusta cadenza di passaggi epocali -, Ferzetti è nel vivo della rassegna di “pregi e difetti della vita quotidiana” ed è presente (attore moderno) nel ruolo dell’uomo maturo che sposa la diciottenne Jacqueline Sassard (Nata di marzo, Antonio Pietrangeli). E presente anche al debutto di Florestano Vancini, nel coraggioso La lunga notte del ’43. La linea di modernità prosegue con l’impegno di A ciascuno il suo di Elio Petri e perfino con il trionfo spettacolare di C’era una volte il West di Sergio Leone. I successivi decenni mostrano la costante consapevolezza nelle scelte dell’attore verso un cinema di testimonianza e di impegno (che non vuol dire certo rozzezza ideologica): Constantin Costa Gavras (La confessione), Liliana Cavani (Il portiere di notte), Peter Del Monte (Giulia e Giulia). Giraldi scova meritevolmente una chicca negli anni Novanta, il Porzus di Renzo Martinelli, film che ha avuto il merito – scrive Claudio G. Fava – di «aver osato (dopo cinquantadue anni) sollevare il velo su una vicenda della guerra partigiana». Infine, gli anni Duemila. Ferzetti, destinato a ruoli di nonno e di zio, accoglie il passare del tempo con un sorriso benevolo: «Mi ha interessato – dice a proposito di Io sono l’amore, di Luca Guadagnino – fare questo ruolo del vecchio patriarca». L’ultimo film, esordio di Edoardo Leo, è Diciotto anni dopo, del 2010, ancora in un ruolo di nonno. «Forse una chiusura ideale – conclude Giraldi -, un passaggio di consegne opportuno e preciso». Segue un’accurata filmografia, preziosa per gli studiosi di cinema. E, last but not least, i capitoli sul teatro, sulla televisione e sul doppiaggio («una voce pulita e accattivante»), settori dello spettacolo nei quali Gabriele Ferzetti ha dato prova di valida serietà. Scritto in un italiano degno del contenuto, il libro colma una lacuna critico/storiografica troppo vistosa per restare ancora tale.

Franco Pecori

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13 aprile 2016