La complessità del senso
22 06 2017

Tango, signor giudice!

Vediamola con calma la faccenda dell’Ultimo tango a Parigi, vediamola al di là della pur giustissima campagna che si conduce contro la condanna del film di Bernardo Bertolucci. Certo la censura non deve esistere, la Costituzione parla chiaro. E, dopo l’iniziativa dei radicali, la proiezione pubblica del Tango nella sede del partito, ben vengano anche altre manifestazioni come quella recente di Roma, con i sindacati, i partiti e gli uomini di cultura. Da parte nostra, vogliamo cogliere l’occasione per tirar fuori, bene in evidenza, il legame che stringe di parentela il “fascismo” amministrativo e politico (il Codice Rocco risale al 1930) con la tradizione culturale idealista, quella di casa nostra, apparentemente così pura e “liberale”. Infatti sarebbe proprio la garanzia del giudizio estetico, disinteressato – si dice – e fuori dai condizionamenti della realtà contingente, a legittimare una certa “tutela” della morale del cittadino contro gli attacchi di espressioni oscene, non artistiche. La condanna dell’osceno come condanna del brutto. Ed è chiaro che il brutto viene condannato in nome del bello! «Quel film è brutto», dice in sostanza il giudice quando afferma che il Tango è osceno. Come potrebbe infatti dire che è osceno se lo giudicasse bello? Il giudice definisce implicitamente l’arte. Senonché il giudice, in quanto giudice, è incompetente a giudicare il valore estetico. Quindi la sentenza di legge, in quanto poggiata su un giudizio estetico non dovrebbe valere. O forse il bello è definibile per legge? Benedetto Croce, in una lettera a Luigi Chiarini su Bianco e Nero del dicembre 1948, se la sbrigò così: «Un film, se si sente e si giudica bello, ha il suo pieno diritto e non c’è altro da dire». Ecco il legame interno con l’idealismo. Certo, il “giudizio” crociano vale anche per il giudice in quanto fruitore dell’oggetto artistico, ma il passaggio alla sentenza di legge non può essere immediato. Il rischio è grave. Nel discorso del 4 marzo 1938 alla Reichsfilmkammer, il ministro della cultura e della propaganda del Reich, Giuseppe Göbbels, affermava: «Il diritto di critica può essere esercitato con me a quattr’occhi. Lo si può esercitare nei comitati artistici, negli studi cinematografici, nelle sale in cui i film vengono proiettati a scopo di essere esaminati e approvati. Questi sono gli enti autorizzati alla critica. Ma la critica non deve essere esercitata da un pubblico che non conosce affatto le difficoltà e quindi non ha nessuna idea per sapere se essa sia giusta o ingiusta». Che fare? Creare dei “comitati artistici” per sopperire all’eventuale incompetenza estetica dei magistrati?

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Franco Pecori Tango, signor giudice! Giorni, 13 febbraio 1976


 

 

 

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13 febbraio 1976