La complessità del senso
22 08 2017

Brecht, La critica culinaria

 

Il gusto esige variazioni

cinema-brecht-critica-culinaria


L’errore di credere che la critica appartenga alla categoria degli acquirenti viene anche reso più facile dall’atteggiamento culinario della critica stessa. Non si devono confondere i rivenditori con i produttori. Ma il compito principale della nostra critica, quello di pompare pubblico dentro la macchina ricreativa e formativa del teatro, ne ha determinato lo stile. Stile culinario: non sapremmo come definirlo meglio. Lo stile della nostra critica è culinario. Essa assume decisamente il punto di vista del consumatore – il che non significa che goda il teatro e ne usi nell’interesse del pubblico, vale a dire ponendosi, rispetto al teatro, a fianco del pubblico, come consumatore. Significa invece che, spalla a spalla col pubblico e col teatro, essa consuma il cosiddetto patrimonio culturale preesistente della sua classe. Qui dunque, da molto tempo non si produce più nulla – qui si consuma soltanto, si gode e si difende quello che c’è. Conformemente a questa consuetudine, in materia artistica decide, in ultima istanza, il gusto – un gusto tinto di individualismo – e il gusto esige varianti. Questo tipo di critica lo si può dunque anche chiamare critica delle varianti. (Bertolt Brecht, La critica culinaria, 1924-31, in Scritti teatrali I, Einaudi, 1975).

 

Non pare scorretto pensare al cinema, pur tenendo conto del tempo che è passato. Il problema della responsabilità della critica nell’articolazione dell’immaginario collettivo, cambiando il mezzo, non è poi di molto cambiato. Certo, il quadro complesso delle comunicazioni di massa porta oltre, rispetto a una definizione di “pubblico” riferita al teatro vissuto da Brecht. Ma l’esercizio di traduzione del testo in funzione del giudizio critico a vantaggio dello spettatore cinematografico sembra poter avere conseguenze serie nella confezione del gusto e nella conservazione delle ricette, anche oggi. Ciò facilmente si può verificare nello pseudo-confronto tra spettatori e critici, proposto in certe tavole imbandite televisive, attorno alle quali si rincorrono spensieratamente commensali e camerieri. In questo senso, la televisione è luogo centrale perché mette in scena oscenamente la fabbrica del giudizio; e autorizza l’uso di sintesi analfabetiche come “lento”, “noioso”, “semplice”, “difficile” e via dicendo.

Franco Pecori

Print Friendly

10 ottobre 2012