La complessità del senso
23 08 2017

Il metodo Straub-Huillet

 

 

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Non l’opera come eccezione, ma il discorso come lavoro

 

Il fatto stesso che la Biennale abbia voluto dare al cinema di Straub e Huillet uno spazio organico può anche risultare imbarazzante. Non tanto per chi non conosceva fino ad ora il lavoro dei due registi, quanto per chi, avendo inizialmente scelto la via del rifiuto e del disprezzo, oppure del sospetto, che è la cosa  peggiore quando si basa su una pigrizia e un’ignoranza programmatiche, si dispone oggi, dopo dieci anni (ricordiamo che Machorka – Muff è del 1962 e Non riconciliati è del 1964-’65) si dispone ad archiviare film come Mosè e Aronne e Lezioni di storia col bollo del rigoroso, del difficile, dell’eccezionale. Ecco, un primo pericolo da evitare è che questa Personale e questa tavola rotonda si collochino in una dimensione di consacrazione. La quale, oltre a contrastare con l’opera stessa di Straub e Huillet, contraddirebbe l’intenzione di laboratorio, che la Biennale si è voluta dare.

Non vorrei che il mio sembrasse un discorso accademico, detto tanto per riempire un vuoto; il vuoto purtroppo c’è concretamente ed è costituito da quella specie di vallo che separa il cinema di Straub-Huillet dagli spettatori.  Più volte i film dei due registi sono stati definiti terroristici. A parte la  precisazione dello stesso Straub, che potete leggere nel fascicolo che ho curato per la Biennale, per cui, se di terrorismo di deve parlare non è certo un terrorismo contro il pubblico ma contro il produttore, c’è anche un altro aspetto. A livello di schermo, non c’è forse altro cinema per cui si “rischi”, come per il cinema di Straub-Huillet. Si rischia di parlare d’altro se non si sta dentro al film in senso tecnico; e infatti è a livello tecnico che Straub-Huillet hanno dovuto affrontare le maggiori reazioni da parte della critica.

Questo della critica è un nodo che bisogna sciogliere, se vogliamo fare un discorso serio. Troppe volte si sentono personaggi di tutto riguardo, studiosi di discipline che non possono prescindere da una conoscenza tecnica dei materiali, esprimere su un film giudizi critici che hanno l’aria di voler essere stati approfonditi, meditati e comunque basati su riferimenti selezionati con serietà e con senso politico spiccato, dichiararsi, nello stesso tempo, beatamente incompetenti dal punto di vista tecnico. Si sente dire, in sostanza: «Io non sono un tecnico», però il film significa questo e quest’altro; è apprezzabile politicamente per questo e per quest’altro motivo, oppure per questi motivi è da condannare. Ecco, bisognerà chiedersi che cosa si intende per incompetenza tecnica, soprattutto quando l’incompetente, il “non-tecnico” dichiara di esprimere un giudizio di tipo marxista.

Tornando a Straub-Huillet, il loro cinema  non è un cinema di sentimenti, di psicologie, di personaggi a tutto tondo, di narrazione, almeno nel senso di quel romanzo borghese a cui Lukács si applicava per definire un certo concetto di realismo; è invece un cinema di procedimenti, non perché sia una programmatica e specifica riflessione sul linguaggio cinematografico: tutt’altro. E’ un cinema di procedimenti proprio perché rifiuta la dicotomia linguaggio-messaggio, tecnica-idea, arte-politica, ecc; e rifiuta di conseguenza i vari piani di autonomia che una certa ideologia e industria cinematografica pretendono di ritagliare nel lavoro cinematografico.

In un film di Straub-Hillet  c’è tutto un lavoro di analisi, per cui il film compiuto non è che l’aspetto concreto di una prassi politica: non l’opera come eccezione, ma il discorso come lavoro. In questo senso, il cinema di Straub-Hillet non è difficile, non è astruso né incomprensibile. E’ difficile, se mai, proprio perché mette in crisi le nostre pigrizie, le nostre comodità, le nostre prevenzioni, le nostre integrazioni. E’ difficile perché è semplice, cioè perché si dichiara sempre per quello che è: una serie di scelte tecniche per arrivare a cogliere in certi oggetti culturali il senso di un sopruso.

Il fatto che Straub si riferisca in partenza a opere non cinematografiche, letteratura, teatro, musica, è il segno di una distanza critica ch’egli vuole tenere lucidamente dalla cosiddetta realtà.  Un film di Straub-Huillet non è mai una traduzione cinematografica di un romanzo, di una pièce, di un’opera musicale, non è la produzione di un messaggio trovato nella storia e ritrasmesso mediante il cinema, bensì la spoliazione di un valore d’uso fatto passare come messaggio secondo un ordine prioritario sfavorevole agli ignoranti, qualunque sia la causa dell’ignoranza, tramandato cioè dal gruppo per il gruppo in forma chiusa, fuori dal tempo. In questo senso è da intendersi tutto il lavoro di distruzione del linguaggio cinematografico costruito dalla retorica industriale. Quando la gente va al cinema e dice: « Questo film è fatto bene», dice questo semplicemente perché ha riconosciuto passivamente un certo repertorio di figure, che è ciò che Straub chiama pornografia. Questo non significa che un film debba prescindere dal linguaggio, che debba cioè essere un fatto “analfabetico”, non deve e non può. Si tratta piuttosto di conservare, come fa Straub, la lucidità perché la scelta del procedimento acquisti il senso di un discorso preciso e non resti nella vaghezza e nei paradisi dell’avanguardismo.

Si dirà: ma se per andare al cinema dobbiamo essere dei tecnici, quando ci divertiremo un po’ ? Cero, bisognerà vedere quali sono i rapporti tra divertimento e conoscenza (coscienza) della realtà storica. Chi ha detto che dobbiamo andare al cinema per “divertimento”? Ricordiamoci dei locali dove si proiettavano, in America, i film dell’epoca muta. Si chiamavano “Nickel Odeon”. Il Nickel Odeon sviluppa una logica che ha bisogno di un’affluenza massificata e massificante, al culmine della quale stanno, oggi, i famosi “20 milioni di telespettatori”, riuniti tutti insieme e tutti separatamente e per una sola volta davanti a uno schermo per vedere un’unica volta un certo film.

Prima di formulare il nostro giudizio, facciamo dunque della tecnica una questione di metodo e accostiamoci ai film di Straub-Huillet come a dei veri e propri discorsi, perché infatti senza metodo non si discorre.

 


Franco Pecori, Il metodo di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet, Biennale di Venezia, Tavola rotonda in occasione della Personale dei due registi, introduzione al dibattito, 5 settembre 1975.


 

 

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5 settembre 1975