La complessità del senso
16 10 2017

Sorrento 1975, cinema jugoslavo

 

Metti, Amleto in una cooperativa agricola…

 

Un film di autentico stampo brechtiano, in cui la ricerca di linguaggio è sostanziata da una giusta dinstanza critica dalla materia (il problema dei rapporti tra economia politica e cultura popolare nella costruzione di una società socialista); quattro o cinque opere di grande interesse “documentario”, soprattutto per la situazione produttiva e tematica dei criciali anni Sessanta; un gruppo di film più recenti, spartiti in due tendenze: la sperimentazione e la restaurazione stilistica. Questo il sommario bilancio dell’ Incontro con il cinema jugoslavo, conclusosi a Sorrento ai primi di ottobre. Si deve aggiungere il buon livello dei cortometraggi, quasi tutti mantenuti fuori dalla solita retorica del “documentario” e impiantati invede sul ritmo e sull’evidenza delle immagini. Era presente, infine, la scuola di animazione di Zagabria, con alcuni notevoli esempi di disegni animati.

I film più attuali hanno dato luogo ad una più o meno larvata polemica anticomunista e, in ogni modo, il giudizio su di essi è stato complesivamente negativo rispetto alla buona impressione suscitata dalla serie Retrospettiva. Opere come La paura di Kopcic, o come Il Derviscio e la morte di Velimirovic sono da collocare in un ambito spiritualistico; uno spiritualismo espresso attraverso opachi formalismi figurativi e ingenue schematizzazioni socio-culturali (il conflitto tra magia e scienza nella Lubiana del valzer viennese), o attraverso oscure simbologie, in cui l’amore, la giustizia, la fratellanza, l’odio, il potere, la fede, il tradimento e l’amicizia compongono un disegno inestricabile e metaforico sul “destino” dell’uomo.

D’altra parte, sperimentando il linguaggio sembra che i registi jugoslavi, nei casi peggiori (Testamento di Radivojevic), si producano in velleitarie esercitazioni stilistiche, in cui un vago esistenzialismo “borghese” è ridotto a ridicolo soliloquio espressionista (un espressionismo tutto scenografico ed esteriore); mentre nei casi migliori (A qualunque costo di Grlic), sembra che restino ad una superficiale, per quanto spigliata e simpatica, scimmiottatura di certe “corrosive”  e sfrontate ironie mediate dal nuovo cinema americano (“ungerground” compreso). I temi del lavoro e dell’inserimento dei giovani in una società diversa sono ridotti all’enunciazione di un’ambiguità “cinematografica”. Finzione o cinema-verità, documento o invenzione linguistica? Se consideraimo infine che France Stiglic, l’attuale presidente dell’Associazione degli autori sloveni, autore egli stesso di 13 film, ha inaugurato l’Incontro di Sorrento con un’opera come Una storia di brava gente, che non è più di una sdolcinatura oleografica, pietistica e puritana, dove torbidi sentimenti e delicate “purezze” sono amalgamati sotto un denominatore di decadentismo letterario (il nipote brigante e i nonnini buoni e cari, la palude, la ragazza cieca che si infiamma di una passione impossibile in concorrenza con la madre, ecc.), si direbbe veramente che il cinema jogoslavo abbia preso una via senza uscita.

Senonché, ci aprono una prospettiva inversa le parole di Predrag Golubovic, autore del bellissimo cortometraggio Il contadino Djuria (una data, settembre ’41, un campo di grano, la corsa di un gruppo di partigiani davanti ai soldati tedeschi a cavallo, Djuria che sfugge all’esecuzione, un frusciare di frumento, un calpestio, un tragico ed eroico suicidio: undici minuti di sospensione e di commossa attesa): «Le lotte dei partigiani – dice Golubovic – sono per noi sempre d’attualità, non si possono dimenticare. E non vogliamo che siano dimenticate perché desideriamo che i giovani sappiano quale significato abbia avuto per il nostro popolo la parola libertà».

Un altro regista, Djordjevic, parlando del suo film Il mattino, ha detto che «La rivoluzione comincia con la pace». E la pace, si sa, è spesso piena di domande, di problemi irrisolti, di pregiudizi da combattere. «Tu hai fatto la rivoluzione – è la battuta rivolta al protagonista di un altro film, La festa di Babic -,credevi che dopo la guerra ci fosse il paradiso?». 

Chi è stato partigiano non deve aspettarsi dalla società una pura e semplice riconoscenza ma deve continuare a operare per la costruzione del socialismo, inserendosi nelle nuove situazioni di lavoro e di lotta che, dopo la “pace”, emergono nella società in evoluzione.  Questo il senso di opere come le due già citate (non abbiamo potuto vedere Tre di Petrovic, né L’Hitler del mio villaggio di Tadej) e come Treno senza orario di Bulajic, o come Quando sarò morto e bianco di Pavlovic, che stilisticamente vanno dalla più riconoscibile tradizione neorealistica ai più inquietanti pessimismi di una “Nouvelle Vague” riveduta sul filo di un malessere propriamente jugoslavo. Sia nel film di Bulajic (’59) sia in quello di Pavlovic (’68) salta comunque in primo piano la presenza di una nuova generazione, sensibile alla problematica della libertà quanto consapevole delle difficoltà della realizzazione della giusrizia socialista. Significativamente, Djordjevic ha detto ai giornalisti di aver voluto dimostrare, con il suo lavoro del ’67 (Il mattino), che un regista «in Jogoslavia è libero di fare quello che vuole» e che «un film non è in grado di far cadere un regime». Ed è stata anche la risposta a quanti si sono affannati a chiedere informazioni circa difficoltà e attacchi provenienti, in Jugoslavia, dagli ambienti ufficiali  contro i registi più impegnati.

Sarebbe il caso, intanto, che la censura di mercato, che funziona così bene in Italia (come ha dimostrato recentemente il Sindacato critici pubblicando un Libro bianco con 400 titoli in attesa di distribuzione), permettesse la circolazione di un’opera come La rappresentazione di Amleto alla cooperativa agricola, di Papic, che per essere del ’73 dimostra, contro le malevole supposizioni di molti, una sostanziale continuità del cinema jugoslavo rispetto alla recente tradizione degli anni Sessanta. Il film di Papic (un autore già presentatosi qualche mese fa ad Ischia e proprio con Le manette, una tragedia corale ambientata in un villaggio nel dopoguerra, che sembra preannunciare il successivo Amleto) mostra una grinta e un’incidenza ideale perfettamente legate al tono sarcastico e al modo brechtiano di far emergere il tema in forma problematica e distaccata. Sicché il rituale della rappresentazione non va in alcun momento a scapito della critica dei rapporti tra economia, politica, giustizia social e cultura: paradossalmente, Shakespeare non esiste, esistono le varie realtà che si confrontano con un testo, inteso come interrogativo storico. Il problema di rappresentare Shakespeare in un piccolo villaggio agricolo suscita dubbi culturali nel maestro elementare incaricato dell’allestimento, ma coinvolgendo in una realistica identificazione dei ruoli tutti gli abitanti, fino a che spettatori e attori si confondono e il popolo sale sul palcoscenico per gridare “Viva la Repubblica di Danimarca, abbasso la monarchia” e per togliere di mezzo Polonio. Amleto è, nel villaggio, Gianni, figlio di un vecchio contabile accusato ingiustamente proprio dal capo della cooperativa (Matteo/Polonio) di aver manipolato le carte. In questo modo, la ricerca del “ladro” si fonde con la ricerca del testo shakespeariano in una prospettiva antiaristocratica; e in monologo “essere o non essere” rimane al maestro ubriaco, il quale lo dice fra sé e sé, straiato a terra con la sua bottiglia di grappa.

Ricordiamo infine un altro bel film, Un avvenimento, di Vatroslav Mimica, la cui inquadratura finale, riscattando una seconda parte alquanto teatrale e “costruita”, mostra Mariano (il bambino protagonista) che esce dalla casa, dove ha assistito al consumarsi di una feroce tragedia, e corre nel bosco chiamando disperatamente il nonno. Questi era stato al centro della vicenda (tratta da un racconto giovanile di Cechov) per tutta la prima parte del film; accompagnato dal nipotino, s’era recato al mercato attraversando il bosco nella nebbia, per vendere il suo cavallo. Al ritorno, assalito da due furfanti, aveva combattuto una lunga estenuante lotta difendendosi fino allo stremo delle forze e restando poi ucciso. In questa prima parte, Mimica ha raggiunto momenti di autentico dramma, calcolando la composizione delle sequenze in modo da accentuare il mistero della tragedia senza mai scadere nel letterario. Il sonoro e i toni fotografici sono usati con rara pertinenza espressiva.

 


Franco Pecori Metti, Amleto in una cooperativa agricola… Giorni, 29 ottobre 1975


 

 

 

Print Friendly

29 ottobre 1975