La complessità del senso
18 10 2017

Sorrentino: Doppio salto

 

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L’amico di famiglia, Giacomo Rizzo e Laura Chiatti

Sorrentino: un salto mortale, meglio se doppio

Una volta, in Siberia, c’erano decine di gradi sotto zero, durante una gita che somigliava ad una deportazione, io me ne stavo aggrappato alla poltrona dell’autobus con trentotto di febbre.

Ma loro no.

L’autobus si à fermato e loro non hanno battuto ciglio, lei molto anziana, il figlio anziano quasi quanto lei.

Se ne sono fottuti di tutto. Volevano fare la passeggiata nella tundra. Hanno sfidato un freddo feroce, mano nella mano, e quasi pattinando al ralenti sul ghiaccio sono scivolati intimi, di spalle, in mezzo agli alberi innevati e al niente bianco della Siberia. Quando sono risaliti sull’autobus, allegri e congelati, lui si è messo a parlare con un’altra gitante, un’altra disperata come lui e allora io ho guardato solo la madre. Si era chiusa in un tetro risentimento. Una mummia gelosa e densa di rabbia. Stava pensando, ne sono sicuro, di aver perso, in un colpo solo, il figlio ed il fidanzato.

L’amico di famiglia è nato così, guardando di sbieco, per un attimo, un rapporto morboso, malato, degenerato e al tempo stesso comico. E mi è parso subito un doppio salto mortale fare un film che fosse al tempo stesso malato e leggero, comico e drammatico in eguale misura. E con giocosa incoscienza mi sono lanciato in quello che sempre, a mio parere, dovrebbe essere un film: un salto mortale.

Meglio se doppio, o triplo. Come certi tuffi difficili. Un tuffo dentro l’uomo e la sua degenerazione.

Che poi sono una endiadi.

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10 novembre 2006