La complessità del senso
18 10 2017

Marilyn, anima e corpo

Realtà e sogno

Sempre vivo il mito della diva


cinema_c_era_una_volta_marilynmonroe3.jpg

 

Ci viene in mente un ricordo di Giuseppe De Santis, il regista di Caccia tragica e di Riso amaro, maestro che seppe trarre dalle risaie di Venaria Reale (Gianni Agnelli le aprì generosamente alla troupe) il prorompente erotismo di una donna, Silvana Mangano, assunta subito a diva – però diva di un empireo tutto italiano, con sapore di cronaca e con scarto di stereotipi, non rifiutati ma riattivati dalla narrativa tradizionale verso immaginazioni particolari, dov’è negato al dettaglio della calza nera e della coscia bianca di farsi simbolo astratto e intercambiabile.

Ragazza di campagna

Marilyn Monroe – maledette ricorrenze, che ci costringono a rispondere al dettato della confezione su questioni che invece andrebbero affrontate con maggiore rischio, ma benedetti ritorni della memoria, che riassestano predilezioni perdute rimettendole in prospettive acute – aveva 23 anni quando fu fatto Riso amaro e aveva appena avuto una particina in un film della Twentieth Century-Fox, Scudda Hoo! Scudda Hay!: ragazza di campagna in tecnicolor, piccola di fronte alle due star, June Haver e Lon McCallister. Ci metterà un po’ a diventare la bionda che gli uomini “preferiscono” e a surclassare Jane Russell, che aveva le gambe più lunghe ma era più dura, più difficile da digerire (e non era bionda).

La campagna tuttavia resterà un ambiente di Marilyn, della Monroe in quanto figura del mito americano, un mito che senza il West, le fattorie e i saloons resterebbe dimezzato. Prima che nella giungla della metropoli (l’asfalto del ’50), fu nel Colorado la sua avventura, con Dan Daley e Anne Baxter (A ticket to Tomahawk, ossia la figlia dello sceriffo). E poi, nel ’54, parte da un incontro lungo il fiume vicino a una fattoria, due passi dal Canada, il focoso e tenero dramma della Magnifica preda. Ormai la Monroe è la Monroe da un bel pezzo. Nel film di Preminger recita a fianco di Robert Mitchum ed ha già avuto per compagni di set Groucho Marx, Louis Calhern, George Sanders, Mickey Rooney, Dick Powell, Robert Ryan, David Wayne, Richard Widmark, Cary Grant, Charles Laughton,, Joseph Cotten. I registi che l’hanno diretta portano nomi come John Huston, Joseph L. Mankiewciz, John Sturges, Fritz Lang, Howard Hawke, Henry Hathaway. Ciò per dire che Marilyn Monroe è mito del cinema e vuol essere raccontata col cinema, con tutto l’apparato che il cinema mette in mostra specialmente negli anni della favola Marilyn.

Boschi e pascoli anche nel pieno della sua carriera di star. Non è forse un giovane cowboy che viene dal Montana il Don Murray di Bus Stop, pronto con il lazo a portarsi via la sua Chérie, prima che cada nelle braccia di Laurence Olivier, principe innamorato della ballerina, e dopo averla sottratta a Tom Ewell, marito stravolto dalla vicina candida e trasgressiva mentre la moglie è in vacanza? E perfino l’ultimo film, Gli spostati, del 1961, un po’ letterario e un po’ falso per via della sceneggiatura di Arthur Miller, è un racconto di campagna. Amaro e acido, drammatico e melanconico, non avrebbe senso se si tagliasse quel finale col cavallo restituito alla sua libertà. Roslyn (Marilyn), la sua tenerezza, la sua sopravvivenza al destino irriguardoso, si giocano tra la ritualità del rodeo e la rude filosofia del cowboy dallo sguardo lontano (Clark Gable). Qui pare che all’allegra finzione delle maschere e del travestimento non sia più concesso di regnare, meccanismi di un sogno astratto e dimostrativo. Se a qualcuno piaceva caldo, ora è finito il tempo degli scambi e delle finzioni a catena. Il giocattolo, ch’era bellissimo, si rompe. Restano i prati per quell’ultimo cavallo selvaggio. Prati falsi e letterari, certo. Ma falsi a tavolino. Nel film, come in ogni western che si rispetti, prati anche veri e non troppo disponibili all’estensione simbolica. “Reali”, quasi come le risaie dell’autore italiano.

Le risaie di De Santis, dunque. Romanzone forte, certo, forse letterario, ma anche vero, almeno nella Mangano, diva irripetibile, diva per la campagna. De Santis, per un ricordo suo che ci viene in mente. De Santis mette l’occhio che ha per le donne – una grande sensibilità per la loro essenza, si direbbe – al servizio di una riflessione folgorante, uno di quei momenti di lucidità che valgono tutta una vita (e tanti anni di studio). Se ne son scritte tante, per esempio, sulle ragioni del suicidio di Cesare Pavese. Una donna probabilmente fu la goccia del vaso, come disse De Santis ricordando proprio il periodo delle riprese di Riso amaro (1948), quando andava spesso a trovarlo Pavese in compagnia di un’americana, ex Miss California, Constance Dowling. Il ricordo di quella donna («Potevi fare un viaggio in vagone letto e finire tra le lenzuola con la massima naturalezza») si associa nel regista alla figura di Marilyn Monroe: «Con la Monroe aveva in comune una grande disponibilità erotica, un grande candore, per cui intuivi che per lei il letto doveva essere importante a tutti i livelli». Non sono parole da poco. Il rapporto della Monroe con Arthur Miller, suo marito dal ’56 al ’60, non fu, probabilmente, meno sofferto di quello tra Pavese e la Dowling.

Una stella senza cielo

Una certa essenza di Marilyn, come la dice De Santis, si riflette sul cinema americano degli anni ’50, sul mito della commedia sexy incarnato dalla bionda educata negli orfanottrofi. Di nascita irregolare (Los Angeles, 1926), Norman Jean Baker sogna fin da bambina di diventare una grande diva del cinema. Questo guardare allo schermo come a un traguardo favoloso, è la condizione non solo premonitrice ma necessaria per il realizzarsi della gloria hollywoodiana di Marilyn e per il compiersi di quel destino obbiettivo della macchina dei sogni, in riferimento al quale Edgar Morin ebbe a scrivere che la Monroe fu «non solo l’ultima delle stelle del passato ma la prima stella senza star-system». Una stella senza il suo cielo.

La presenza fiabesca ed elettrizzante di Marilyn sullo schermo demolisce l’immagine tradizionale e ne crea continuamente un’altra, irrispettosa delle proporzioni, dei rapporti di tempo, di spazio, di decoro; inadeguata e stridente rispetto alla retorica classica dello schermo-divo, che non vuole eccezioni, non vuole scandali, non ama decomposizioni. Il corpo di Marilyn, invece, resta sempre naturale. Anche quando in qualche modo acquista una tecnica specialistica, presso l’Actors Studio di Lee Strasberg, e si libera con angosciata frenesia del basket di Di Maggio (sposato nel ’54) per il miraggio dell’intelligenza (Miller), il peso specifico della Monroe è sempre quello di una «colombella d’oro», come scrisse Pasolini. Colombella con una «grande disponibilità erotica».

cinema_c_era_una_volta_marilynmonroe.jpg

La storia più futile diventa inquietante, il sorriso più amichevole mette in crisi qualsiasi duro. O intellettuale. Questa è Marilyn. Che sia poi morta, il 4 agosto 1962, secondo un copione che responsabilizza i sociologi e surriscalda i sadici di qualsiasi provenienza, è un fatto che non va caricato di metafore ulteriori, oggi, con tutto il tempo che abbiamo avuto per evitare il revival e per combattere i torcicolli ideologici. Restiamo alla sostanza. Se un mito del cinema muore, non resta che ristampare le copie dei vecchi film, finché qualcuno le compra e le proietta. Ma uscire dal mito-cinema è pericoloso e occorre saperlo. «Vi supplico, fatemi parlare», scrisse Marilyn in certi suoi versi che ora sono in un libro stampato in italiano (Lato Side Edizioni) insieme a quelli di Pasolini. Ma la colombella non può parlare. Ci sono i film, che si possono ancora vedere. E basta.

Marilyn Monroe. Quando qualcuno le disse che di starsene sotto il lenzuolo con lei era desiderio di milioni di persone, sentì un brivido per la schiena. Sullo schermo non era possibile. D’altra parte, la realtà sarebbe stata sicuramente meno bella del grande sogno. E anche impossibile (vedi l’atroce collezionismo di Don Giovanni). E’ lo stacco che portò alla morte. Ma i film restano, l’immagine è disponibile. Il sogno continua, indipendentemente dalla verità del suicidio e di tutte le ridicole imitazioni, da Jayne Mansfield a Catherine Hicks e Linda Kerridge.


Franco Pecori, Marilyn: anima e corpo, realtà e sogno, Paese Sera, 1 agosto 1982


Print Friendly

1 agosto 1982