La complessità del senso
28 06 2017

Libri, Ombre sul sole

Libri, Ombre sul sole

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Giuseppe Bottai, Frédéric Rossif, Folco Lulli 
Episodi sconosciuti di tre vite avventurose

Cinema e istanza storico-documentaria

Enzo Natta, giornalista, scrittore e critico cinematografico, riflette sulle implicazioni anche teoriche dell’approccio alla realtà storica. E “pesca” alcuni aspetti singolari per i quali si legano tra loro scelte ardite di personaggi che sembrerebbero nati per il “cinema d’avventura”. Uscito per le Edizioni Tabula Fati (Chieti, 2013), Ombre sul sole – Storie di uomini contro, svela le “assonanze”, le analogie e le confluenze di tre destini molto diversi tra loro eppure collocabili sotto un denominatore comune. L’originale lavoro di Natta fa luce sugli aspetti meno noti della vita di Giuseppe Bottai, Frédéric Rossif e Folco Lulli, i primi due finiti nella Legione Straniera e il terzo nelle formazioni partigiane, per ragioni poco somiglianti e tuttavia curiosamente confluenti. Bottai, ministro fascista, aveva votato contro Mussolini la notte del 25 luglio 1943 ed era fuggito in Algeria. Aveva anche progettato l’introduzione del cinema nelle scuole. Il regista francese Rossif, nipote della regina Elena, aveva raggiunto la Siria e, da legionario, partecipò alla liberazione di Roma. Lulli, focoso attore con Lattuada (Il bandito, 1946) e militante nella campagna di Etiopia, passò nelle file monarchiche della Resistenza nella zona delle Alpi Marittime. Il titolo del libro, offre la chiave di lettura: i tre personaggi sono le “ombre sul sole” dell’antico Giappone, eroi anonimi e non celebrati, vittime di scelte sbagliate e poi riscattate con la “ribellione al padre” e con sacrificio personale. Natta racconta per esperienza diretta e con documenti di prima mano, è quasi una proposta per possibili storie cinematografiche.

E non a caso il libro si chiude con un saggio sul problema dei possibili rapporti tra Cinema e Storia. Il titolo, Il naso lungo della storia, implica riflessioni su verità e bugia, sia sul versante dell’indagine storica sia su quello del linguaggio cinematografico. Il nocciolo della questione non riguarda tanto i film di genere “storico”, quanto i limiti di “verità” nel contatto del cinema con la “realtà” e dunque anche con la realtà storica. Si potrebbe dire che ogni realtà ha un fondamento “storico”, così come ogni film è prima di tutto un “documentario” sulla propria realizzazione. E quanto alla veridicità del film rispetto al suo piano referenziale, potremmo dire che i film “non mentono” per il fatto stesso che, mostrando se stessi, non possono mentire. Tali considerazioni teoretiche restano comunque “in agguato”, sottostanti alle rassegne di specifiche contestazioni che appartengono alla storia delle teoriche cinematografiche, di cui Natta si fa diligente rilettore, dalle bugie del western americano (uno per tutti, The Alamo, John Wayne 1960) ai contrasti ideologici provocati da “invenzioni” d’autore (il Viva Zapata! di Elia Kazan, 1952); e poi l’elenco dei teorici consacrati, da Sigfried Kracauer in poi, passando per la Letteratura con il Manzoni, citato per la sua celeberrima distinzione: “Il poeta differisce dallo storico in quanto è costretto a inventare”. Qui fatalmente (necessariamente) s’innesta il problema primario, la questione/equivoco dell’obbiettività dell’obbiettivo, su cui si fonda l’istituzione del Documentario, tralasciando di ogni documentario le specifiche, imprescindibili scelte sul versante creativo del linguaggio. Senza arrivare alle fin troppo evidenti tracce di fiction riscontrabili anche nei telegiornali, ci si può soffermare su un autore come Roberto Rossellini. E neanche tanto – ché potrebbe sembrar facile – sul Rossellini televisivo (Da Viva l’Italia, 1961, a Atti degli Apostoli, 1974), quanto sul Rossellini cinematografico, che Natta giustamente definisce “profondo osservatore della realtà”.

Già nel lontano 1974, appunto, nel convegno sul Neorealismo cinematografico italiano, a Pesaro nell’ambito della X Mostra Internazionale del Nuovo Cinema, analizzavamo insieme al compianto Maurizio Grande il valore poetico e la forma fiabesca (altro che realismo documentario!) in alcuni momenti di Paisà (1946). 

Franco Pecori

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14 ottobre 2013