La complessità del senso
17 11 2018

Immagina un vagito cosmico

 

Il buio, il fuoco, il desiderio

Ode in morte della musica

Il libro di Gino Castaldo

 

 

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John Cage

 

Dice Gino Castaldo: «Il rock di oggi copia il futuro di ieri e lo rende passato». Parole sante. E Castaldo non è solo «tra i più noti giornalisti e critici musicali italiani», è tra i più consapevoli. Se oggi sente il bisogno di scrivere un’accorata Ode in morte della musica, la cosa di per sé merita attenzione. Perfino «l’area pop», osserva l’autore del prezioso volumetto Il buio, il fuoco, il desiderio (Einaudi, 2008), è diventata per alcuni «più ambiziosa, sperimentalmente più spregiudicata». La delusione per l’affievolirsi e lo sfibrarsi della carica musicale traspira da tutta la prima parte del saggio, presa in un’articolata e approfondita analisi delle ragioni anche filosofiche di una crisi (ma non è poi questo il termine per comprendere una certa evoluzione della materia) che riguarda ormai da decenni il mondo dei suoni inteso nel suo insieme, diacronico e sincronico. I Beatles e le loro invenzioni, John Cage e il suo “silenzio”, la nuova coscienza delle radici del jazz (Ornette Coleman), la poesia cantata oltre la lirica (Bob Dylan) e via via non una serie di figure ma un ventaglio universale di possibilità e di novità. Poi il tragico ripiegamento, il manierismo, una insopportabile cappa che soffoca ormai il desiderio. Questo di Castaldo è un esempio, più unico che raro, di sublimazione dell’esperienza in discorso sincero, anche drammatico, nella ricerca di una via d’uscita, via che per trovarsi ha bisogno di uno sguardo sempre più largo, più ampio quanto più pertinente. Ecco la scommessa necessaria, il rischio inevitabile della riflessione. L’autore lo prende con tutto il coraggio, riconoscendo e proponendo la stretta parentela di diversità storiche e di comunioni metalinguistiche o, meglio, semiotiche (implicitamente semiotiche). Bach e Chaka Demus, per dire. Charlie Parker e Pink Floyd. Il libro è, forse soprattutto, un appassionato “invito all’ascolto”, per un’ultima chance di cattura del suono e delle sue combinazioni possibili nell’utopia di un piacere indispensabile, di un’arte del vivere, di un rifiuto del sopravvivere. La storia antica e le punte dell’avanguardia possono incrociarsi in un destino estetico imprescindibile, laddove anima e corpo esauriscano in sé la propria fortuna. Semplicemente, ci vuole orecchio. E memoria. Il disco aiuta? Una parte del libro di Castaldo è dedicata alla problematica della riproducibilità tecnica.  È vero che la storia dell’arte ci dice che ad ogni passaggio d’epoca, si è parlato della morte di forme espressive, trapassi legati in apparenza all’avvento di nuovi mezzi, dalla stampa alla fotografia al cinema. E per la musica, tutto sembrò mutare con il disco. Fissata nel supporto, la musica ha perso il proprio carattere di univocità d’esecuzione, per non parlare poi dell’improvvisazione. Ma se muta la forma non di meno muta la memoria, la quale non si immedesima propriamente con la “ripetizione”. È per questo che, in ogni caso, l’ascoltatore è anche musicista e prosegue a modo suo il discorso musicale. In questo senso l’orecchio umano può impadronirsi della tecnologia e trasformarla in nuova creatività. Castaldo richiama all’importanza dell’uso della registrazione multitraccia. Crescendo, la tecnica moltiplica le proprie possibilità, cresce il paradosso d’una restrizione del campo creativo e la «spirale del revival» fa gridare: «Bisogna ricominciare a inventare pezzi originali. Non sottovalutiamo l’incapacità della nostra epoca di inventare il Nuovo». Dicevamo la scommessa della pertinenza. È qui che ci viene in mente la relazione d’apertura che ci fu commissionata per un convegno su Musica e rumori, ordine e disordine al Goethe Institut di Roma, nel giugno 1998. Nelle relazioni sonore, la componente intervallo è un punto coinvolgente nella definizione della circostanza, della convenzione musicale. Allargato così il raggio, si delinea una prosecuzione del senso, che è il cuore del problema. E non solo della musica. Del resto la musica non potrà certo essere separata in assoluto dall’universo, come nota lo stesso Castaldo nelle prime pagine del libro. Se non dovesse rimanerci altro che un intervallo, saremo comunque nella musica, o la musica sarà con/in noi. Non pare poco. Al paragone, la “libertà” del free jazz non sarà che un archetipo inusuale. Ecco che allora tutto il discorso dovrà essere recuperato nel senso del bello, concetto estremamente mobile, come la storia e la vita di ciascun musicista/ascoltatore/musicista. Al di là del disco e degli altri possibili simulacri. Una volta entrati nella dimensione estetica, percepiremo anche il silenzio in un modo diverso, lo sentiremo insieme alla musica e la natura sarà insieme cultura.

Qui entriamo nella parte più creativa del libro. In senso stretto, ogni parola, ogni segno è una metafora, ma Castaldo ne costruisce una specifica, articolata in tre rimandi: il buio, il fuoco, il desiderio. E la chiama ode, Ode in morte della musica. La forma cantata, pur conservando il canto le sue radici classiche, dei greci e dei latini, assume ora una “metrica” complessa, consonante diremmo con i nostri giorni e soprattutto col sentimento che la materia suscita. La seconda parte del libro è una bellissima poesia sulla musica che, morta, vive in un libro di musica. Dice: «Probabilmente la musica è nata da un vagito cosmico […].  Di sicuro a vigilare sul parto c’era la notte dello spazio». Una magia. È Armstrong che canta Black and Blue. Dalle ninne nanne alla musica notturna di Thelonious Monk, a Miles Davis, a Mingus e, dal jazz al rock finanche a Springsteen, l’«uragano nero che ha invaso il mondo della musica»: tutto un mondo dark e misterioso. Le due connotazioni sono simbiotiche. Non si finirà mai di evocare «verità impronunciabili» come il Lover Man di Parker del 29 luglio 1946. Dal buio al fuoco non c’è cesura. La musica tiene accesa una fiamma, «stregata» da lampi di luce più caldi e più freddi. Sempre acceso il fuoco di New Orleans (Preservation Hall Jazz Band) e non solo jazz. Stravinskij, per esempio (L’uccello di fuoco), anche se la musica classica è soprattutto negazione del fuoco, piuttosto lo controlla, lo reprime. E però, come il fuoco, la musica è anche utile: pregare, danzare, celebrare (la musica di origine africana e il rock che ne eredita il valore del vivere insieme). Seguendo il fuoco si percorre una via incendiaria, s’incontrano Presley, Hendrix, Bowie, Strummer. E tutti quei musicisti, pur fuori dalla lista dei mostri sacri, alcuni meno “bravi” ma immersi nella musica oltre i limiti tecnici. In agguato c’è sempre un diavolo che non ama finzioni, un diavolo instancabile cacciatore che brucia i manierismi, le sue copie di cartapesta (metallari e soci).

Infine il desiderio. Si può fare un elenco di canzoni immortali, di melodie sublimi. Per Castaldo non è un puro esercizio, è una sapiente evocazione di modelli fantastici incarnati in sogni sonori i più diversi. Ellington, Porter, Trenet, Nina Simone, Marley e via puntualizzando soprattutto le diverse sensibilità provenienti da ambiti extraeuropei dove l’«intonazione immobile» classica è sentita come un’intralcio all’espressività. Billie Hiliday, Ray Charles. Il problema è la qualità del desiderio, cioè la consapevolezza. A questo livello la musica pop porta in sé il pericolo di un’autonomia ingannevole, tende a creare il desiderio e a soddisfarlo, come fosse un bonbon, dice Castaldo citando Madonna. Tentazioni antiche, da Sinatra a Little Richard e compresi i Beatles e i Rolling Stones (Satisfaction). In questa chiave, per il «genuino piacere dell’ascolto», Castaldo pensa anche a Mozart, la cui musica «sconfina nel terapeutico». Al contrario, una certa musica d’avanguardia sembra negare il piacere dell’orecchio. Arnold Schoenberg, Anthony Braxton, Derek Bailey, Evan Parker. «Uno strappo irrisolto»? Castaldo propone: il desiderio originario ha un suono, il suono della rivoluzione.

C’è anche un epilogo. Dimentica di sé, la musica torna bambina ma senza ritrovare l’innocenza. Infatti, sottolinea l’autore, non si parla più di futuro. Già, alla musica sembra sfuggire proprio l’elemento suo costitutivo, il tempo. Forse la moderna fisica potrebbe aiutare la Nuova Musica nella ricerca del senso dell’esistenza? Siamo in una fase incerta, conclude Castaldo. I musicisti ci sono, «è la musica che muore». Non ci resta che cercare tra le ceneri, o,  «tornare a passeggiare nei boschi». All’autore viene in mente Sun Ra, «uno dei tanti musicisti che hanno declinato il linguaggio dell’utopia». Claude Debussy, Hector Berlioz. Misha Mengelberg e Han Bennink, il loro dialogare col merlo. Sta arrivando qualcuno? Forse «una musica che nessuno ha mai suonato»? L’appello finale è all’immaginazione. Diciamo anche noi: immagina… immagina intanto la musica di questo libro. Anche solo semplicemente la raccolta dei pezzi citati fa un’audioteca che ci restituisce umanità. Poi vedremo.

 

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Sun Ra

 

Franco Pecori

 

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31 ottobre 2009