La complessità del senso
21 11 2018

Jazz Domani, Phil Woods un Parker in borghese

 

Confermato dalla tournée italiana del sassofonista americano

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La recente tournée italiana di Phil Woods (sassofonista americano bianco del Massachussetts, primo classificato, col suo quartetto, nel referendum annuale del Down Beat) ci ha dato l’occasione di riconfermare l’idea che il jazz degli anni ’50-’60, dopo il bebop e prima del free, è un jazz reazionario rispetto alle spinte innovative che avevano portato Charlie Parker, Thelonious Monk e compagni.

Woods è senz’altro un virtuoso del sax contralto e la sua tecnica, in quanto tale, non avrebbe molto da chiedere neanche a Parker (del quale ha sposato la vedova). Ma per quanti sforzi stia facendo al fine di meritare la qualifica che gli viene attribuita dai più, di continuatore deella lezione parkeriana, Woods non riesce ad essere altro che un raffinatissimo neoclassicista. Attraverso il suo sax, i furori infuocati, le smanie sacrosante della ricerca, il rifiuto del consenso commerciale inteso come valore dominante, il rispetto esclusivo dell’economia estetica legata alla tradizione afroamericana, che erano le qualità salienti della musica di Parker, vengono omogeneizzate, levigate, vestite di abiti eleganti e vendute al nuovo pubblico dei deodoranti e dei brandy, delle cantine pulite e degli auditorii ben frequentati.

Quanti sarebbero andati, dei nuovi signori e signorini assetati di musica ai massimi livelli (riconosciuti e premiati), ad ascoltare Parker in quel “localino” di Harlem chiamato Minton’s? E infatti, il bebop durò poco. Alla fine degli anni Quaranta erano già pronte le “sistemazioni” e le ripuliture, perché ogni volta che l’arte si sporca di novità c’è sempre qualcuno che si batte per renderla più “civile”. Inutile insistere sul jazz cosiddetto freddo (cool) e sui suoi aspetti più deteriori, ossia sulla tradizione neo-colta, gradita alla nuova borghesia di tutto il mondo occidentale venuta su con la guerra; troppo facile prendersela con il relax salottiero e sostanzialmente provinciale di una musica nata per non dare fastidio, per eliminare i conflitti, per azzerare le diversità delle tradizioni. Ben più grave il tentativo di recupero e di ripresa attuato con l’hard bop, i cui valori medi e la cui pseudo-energia, più “virile” che vitale, sono significativamente assunti, a distanza di una ventina di anni, ad emblema del “vero jazz” presso quella critica e quel pubblico (e quei musicisti che non si stancano di cercare consensi) che non hanno digerito ancora, non diciamo il free di Coleman e di Taylor, ma il bop di Parker e di Monk.

Sull’hard-bop c’è, inizialmente, l’equivoco della musica “nera”, perché l’operazione è tentata da jazzisti afroamericani. Ma il ritorno alle “radici” proposto dalla Soul Music, spirituale e funky, e poi dal nuovo bop, duro e revitalizzante, produce nient’altro che semplificazione e “ingenuità”. La rivoluzione del Bop aveva posto un problema drammatico che non poteva essere risolto sul piano di manierismi stilistici: il problema del rapporto con la tradizione del Blues e di una sua continuazione in forme capaci di fare i conti realmente con le trasformazioni del mondo. Era talmente importante, questo problema, e conteneva in sé così profondi elementi di lacerazione, che della difficoltà di soluzione ha fatto le spese un certo Sonny Rollins, il più grande tra i giganti rimasti isolati e in un certo senso repressi, frustrati dall’aver preso su di sé il carico troppo pesante. Anche Parker ne seppe qualcosa e pagò con l’isolamento e la follia. Ma in qualche modo ce la fece, perché poté riferirsi a una “controparte” più determinata, il jazz commerciale dell’Era Swing.

Rollins invece aveva già il bop alle spalle e avrebbe dovuto superare, da solo (questo è il punto), la reazione che veniva dalle goffaggini culturali del cool-jazz (goffaggini ma di grande successo, specialmente in versione californiana) e, insieme, per quanto forse involontariamente, dalla “spiritualizzazione” del bop tentata da personaggi, uno per tutti, come Horace Silver. Bisognerà aspettare il free-jazz per vedere veramente esplodere le contraddizioni. E per vederle anche ricomporsi, poi, garbatamente e virtuosisticamente. Primo in classifica, a 20 anni dal Free, ecco Phil Woods, per la gioia dei lettori della più autorevole rivista di jazz del mondo, il Down Beat.

Il Down Beat è quella famosa rivista mensile, citata in tutte le rassegne stampa delle altre pubblicazioni specializzate, che parlò di «sconsiderato fanatismo» a proposito del jazz di Parker e che poi definì «antijazz» il free di Ornette Coleman.


Franco Pecori Phil Woods, un Parker in borghese Paese Sera, 16 novembre 1980


 

 

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16 novembre 1980