La complessità del senso
14 11 2018

Due o tre chitarre che so di loro

 

 

 

 

Ricordo di Jimi Hendrix

 

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Chitarra è strumento a pizzico, della famiglia dei liuti…

 

 

 

Jimi Hendrix è chitarra. Chitarra è strumento a pizzico, della famiglia dei liuti. Vive nel Vecchio Continente da sette secoli ed ha trionfato col Rinascimento. Dei moderni, l’hanno trattata con riguardo Weber, Mahler, Schœnberg.

Chitarra è anche fuoco di Spagna. E come tale ha incontrato, in America, il blues. Poi, quando è entrata in orchestra, ha dovuto per tutti gli anni Trenta fare solo zum-zum, sottolineando lo swing, magari al servizio delle “sezioni” di un Count Basie (oh, la magica precisione di Freddie Green!). Follie e scatenamenti di ballerini impazziti nelle notti travolgenti del Savoy Ballroom: ventimila giovani rimasti fuori la sera che venne ad Harlem la big-band di Benny Goodman. E lei, la chitarra, sempre zum-zum, fino al mattino, fino all’ultimo ballo, quello del breakfast.

Jimi Hendrix è chitarra. Ma chitarra solista alla luce dei riflettori. Prima viene Django. Se Jimi è un po’ nero e un po’ indiano e suona la musica dei bianchi, Django è zingaro, non ama le folle né i riti.. Se c’è un fuoco in un campo, la sera, con poca gente che canta e che balla battendo le mani, c’è anche lui, Django Reinhardt. Quando fa i milioni, continua a rifugiarsi nella roulotte, è capace d’improvvisare su un giro di blues per una notte intera, senza smettere. Con lui la chitarra si tira fuori dal mucchio, si fa regina di un piccolo gruppo, tutto di corde.

Febbraio 1935, Salle Pleyel di Parigi: è il debutto ufficiale del Quintetto a corde dell’Hot Club de France, Django Reinhardt alla chitarra. Insuperabile sui lenti. Gente come Duke Ellington, Coleman Hawkins, Benny Carter, una volta ascoltate certe finezze, non se le dimenticarono più. Ma Jimi Hendrix è chitarra in piedi, chitarra elettrica e gesto drammatico, quasi una decisione sulle sorti del mondo da prendere subito, nell’immediatezza d’un grido. E prima c’è un altro, texano, di pelle scura, morto a 23 anni, tubercoloso e sorridente, in una favola di ragazzine e di marijuana innocente. Quando Charlie Christian se ne andava, nel ’42, la generazione che “ha fatto il 68” era stata appena partorita. Alcuni di quei figli, pochissimi, troveranno più tardi vecchi dischi For Governmental Sale Only. E tra questi Solo Flight: Benny Goodman Big Band, Charlie Christian chitarra solista.

La chitarra elettrica, veramente, l’aveva inventata un certo Eddie Durham, che nel ’37 suonava nell’orchestra di Count Basie. Ma fu Christian nel ’39, con la Band di Goodman, a capire le vere possibilità del suono elettrificato e a spianare alla chitarra la strada del grande successo popolare. Ora sono passati dieci anni dalla scomparsa di Hendrix. Chitarra elettrica è suono ampliato, più lungo, duraturo; un bisogno di estendersi e di abbracciare le cose, una necessità di vivere in orizzontale. E’ romanticismo, utopia, ingenuità. E’ restare attaccato allo strumento identificandolo completamente col suono. E’ giusto? Può bastare?

Hendrix è grande nel rock. Il suo momento è il ’68, quando solo alcuni, pochissimi i giovani, sanno due o tre cose in più sulle chitarre del mondo. Nel ’69, agosto, è anche lui a Woodstock. In un weekend, se ne va, digerito, un intero decennio di canti e di chitarre che avevano fatto tanto sperare. Certo, la gestualità drammatica di Hendrix, sulla scena, la sua presenza mistica di nero-indiano che suona bianco e non vede colori e ama solo la sua chitarra, lascerà il segno. Ciò non toglie che dopo Woodstock abbia inizio il revival. E che, per quel che riguarda l’industria del rock, sostanzialmente, la rivoluzione sia ancora tutta da fare.

 

 

 


Franco Pecori Due o tre chitarre che so di loro Paese Sera, 18 settembre 1980


 

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18 settembre 1980