La complessità del senso
15 11 2018

Jazz, Le prime incisioni

 
Il periodo aureo fino agli anni Trenta

 

Gunther Schuller, Il jazz classico, Mondadori, pp. 502, L. 10.000

Si può amare il jazz tradizionale senza essere gretti tradizionalisti? Certo, così come chi segue gli sviluppi dell’avanguardia non resta necessariamente accecato da ogni sperimentazione intellettualistica. Può sembrare un’ovvietà, ma troppo spesso nel jazz gli amatori si sono divisi in sette di miopi “appassionati”, gli uni legati ad Armstrong e chiusi a Parker, gli altri innamorati di Parker e restii ad accettare Coleman e Taylor; altri ancora, oggi, aggrappati al free jazz come all’ultima zattera nella tempesta della musica “creativa”. Nelle fissazioni dei jazzfans sta il segno di un’immaturità da “cocchi di mamma” della cultura, che questo libro di Gunther Schuller può contribuire efficacemente a curare. I neofiti del jazz, i ragazzi delle ultime generazioni, apparodati alle grandi parate internazionali tipo “Umbria”  direttamente dall’ubriacatura rock, scopriranno un mondo nuovo e appagheranno la sete di sapere manifestata nelle piazze in forme a volte contradditorie ma inequivocabili. I vecchi patiti, d’altra parte, troveranno i loro idoli spogliati dell’aura leggendaria e restituiti ad una rigorosa consistena analitica.

Ci sono voluti undici anni per tradurre in italiano questa famoso Early Jazz, libro importante per affrontare con una certa consapevolezza la discussione di alcuni problemi nati fin dalle origini e anzi proprio dalle origini della musica afroamericana. Per esempio, si è commesso l’errore – in Europa, dall’apparizione del primo libro jazzistico, Le jazz hot di Panassié (1934), ma anche in America, dove praticamente fino a Le Roi Jones il jazz è stato «negro music in white America» (cfr. Il popolo del blues, Einaudi ’68) – di vedere il jazz secondo l’ottica della cultura occidentale, spesso fermandosi a delle banalità folkloristiche; mentre già la struttura armonica del blues, che del jazz è una forma-base, era proprio lo sbocco di uno scontro tra due modi di concepire la musica, quello africano e quello europeo.

Schuller si è posto l’obbiettivo di esaminare con attenzione le incisioni del periodo classico, fino ai primi anni Trenta, quando si comincia ad avvertire il contrasto tra l’evoluzione di un Ellington o di un Lester Young e il tradizionalismo dello stile “Chicago”. Il discorso è prettamente musicale e si fa sentire, a volte, la mancanza di riferimenti culturali più estesi. Ma sono evitati, in compenso, gli schemini ideologizzanti che tanto piacciono a chi di jazz non ne sa molto. Applicandosi concretamente all’analisi dei dischi, Schuller finisce col rispondere, con esempi anche tecnici ma con un linguaggio adatto in genere ai lettori non specializzati, ad una serie di domande sul jazz.

Come musicista, Schuller – uno dei massimi compositori americani di oggi – ha un passato che i puristi della critica jazz hanno giudicato un po’ sospetto per via della famosa proposta, avanzata con John Lewis e Stan Kenton a metà degli anni Cinquanta, della “Terza corrente”: nella Third Stream Music avrebbero dovuto fondersi il jazz e la musica colta. Gli esiti non portarono a valori esaltanti, il jazz perse di vitalità e si rattrappì in forme troppo “pensate”. Il pericolo, senza voler essere “puristi”, resta ancora oggi in certe esasperazioni della “Nuova musica europea”, la cui creatività si affida spesso ad un recupero agghiacciante delle qualità improvvisative del jazz. Ma lo Schuller storico e critico è un’altra cosa. Come avverte Marcello Piras nell’avveduta introduzione all’edizione italiana da lui ben curata, le scelte dell’autore si ispirano al «tentativo di ricondurre alla trasparenza lo studio del jazz», attraverso una «felice sintesi tra ricerca e divulgazione».

 


Franco Pecori Troppe le sette di amatori del jazz classico e moderno Paese Sera, 3 agosto 1979


 

 

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3 agosto 1979