La complessità del senso
13 11 2018

Jazz, Dibattito a Perugia

 

Solo apparenza le masse degli appassionati

Ma l’interesse cresce

 

Quale futuro per il jazz in Umbria? Per rispondere non si può non partire da Umbria Jazz, la manifestazione estiva che negli scorsi anni ha fatto tanto parlare di sé. Il vuoto lasciato dalla grande «festa di giovani senza collare», come l’ha chiamata Claudio Carabba commentandone la chiusura dopo cinque anni di appuntamenti infuocati e un po’ selvaggi, somiglia più al cratere sul terreno di una battaglia perduta che non al segno di bisogni autentici, culturali, della gente umbra.

Una battaglia perduta un po’ da tutti: dagli ideatori e organizzatori, che non hanno saputo riscattare lo spettacolone dai suoi limiti “turistici” iniziali, ai giovani che hanno ceduto alla tentazione di una ritualità crescente e regressiva, alla critica che, nel suo insieme, non ha avanzato proposte alternative valide, barcamenandosi tra il pezzo di colore e la recensione del concerto. E soprattutto è stata una grossa occasione perduta per coinvolgere gente nuova al discorso del jazz.

C’è ancora chi, a Perugia, crede che Umbria Jazz sia finita perché quei ragazzi che venivano da fuori se ne sono andati a suonare la loro musica altrove: dei concerti di Mingus e di Sun Ra, di Rivers, di Thad Jones, di Taylor e di Braxton poche tracce nella memoria, neanche il sospetto che il jazz possa essere una musica interessante per chi vive e lavora a Gubbio, Città di Castello, Terni, Orvieto, Perugia.

Giorni fa si è riparlato del problema in un incontro-dibattito ospitato nel palazzo della Regione umbra e promosso dall’Arci in collegamento col Centro Jazz “Charles Mingus” di Perugia. Tra gli intervenuti, Arrigo Polillo, direttore dell’ultratrentennale rivista “Musica Jazz”, ha detto che non bisogna farsi illusioni; che le masse di giovani per il jazz in piazza sono solo un’apparenza e che in realtà quelli che si interessano alla musica afro-americana, in Italia, sono ottomila in tutto. Ma chi si era illuso sulla reale rappresentatività del pubblico di Umbria Jazz? Neanche ci sembra il caso, però, di sclerotizzarsi su certe posizioni di attesa. Più che tener dietro alle polemiche pseudo-sociologiche e politiche sviluppatesi intorno alla manifestazione e ormai francamente un po’ stantie, occorre adesso pensare al futuro.

Ci sono chiari sintomi di una crescita, non vulcanica né legata ad occasioni evasive, di un pubblico che non è più semplicemente quello richiamato dal cartellone scintillante di star. L’esperienza, di cui ha riferito all’incontro di Perugia Mario Ciampà (responsabile del “St. Louis” di Roma), dell’attività concertistica articolata durante l’arco dell’anno e organicamente legata alle lezioni della scuola  di musica gestaita dallo ste. E ci sono le scvuole milanesisso “St. Louis”, è esemplare: quasi trecento giovani allievi hanno seguito quest’anno gli insegnamenti di gente come Richard Abrams, Charles Tolliver, Kenny Clarke, Max Roach ed ascoltato i loro concerti. Situazione ideale per gli stessi musicisti, perché con il contatto diretto e smitizzante si rompe il diaframma artista-pubblico e la qualità dell’ascolto cresce realmente.

Il “St. Louis” non è un’isola felice. C’è il Testaccio, che ormai tutti conoscono in Italia, perché insegnanti e allirvi se ne vanno spesso in giro a trasmettere le loro esperienze. Cominciano anche a sorgere altre iniziative analoghe – a Perugia, per esempio, dove proprio l’incontro-dibattito della scorsa settimana è servito ad avviare concretamente un primo scambio con le realtà romane per corsi di jazz bi-trisettimanali, con insegnanti qualificati e in una prospettiva di educazione musicale legata al territorio. Lì c’è già Giancarlo Gazzani, che anima la big band locale e che può funzionare come primo nucleo di un laboratorio al quale potranno dare un apporto periodico gli operatori romani. Il “Centro C. Mingus” ha del resto cominciato da marzo ad organizzare incontri didattici, due dei quali dedicati al blues ad altri di carattere monografico sulle principali figure di jazzisti, con ascolto di dischi, discussioni, proiezioni di diapositive e filmati. Si è già fatto un seminario con Bruno Tommaso e venti allievi del Testaccio e sono previste altre “concertazioni” con gruppi di giovani musicisti umbri.

Ovviamente, non tutto è perfetto. Strada facendo si vedrà di aggiustare il programma. Ma non si può non sottolineare l’importanza di tali iniziative, che mirano a far scaturire la domanda di musica dal basso, qualificando in dimensione reale eventuali (ed auspicabili, perché no?) manifestazioni di più forte richiamo, dove le scelte non siano subordinate alla distribuzione mercantilistica dei jazzisti sulle piazze internazionali. È chiaro che, per arrivare a questo, è necessario creare un circuito capace di resistere al meccanismo delle esclusive manageriali: un circuito democratico che sappia dettare le scelte culturali, riqualificando il ruolo tecnico dell’organizzatore del manager, in funzione di una crescita sistematica non del pubblico, ma di tanti pubblici distribuiti nello spazio e nel tempo. Occorre tener presente, tra l’altro, che entro l’anno dovrà essere varata la legge 382 per la riforma delle attività musicali, con la quale si andrà al finanziamento obbligatorio della musica, fuori dall’assurdo regime delle sovvenzioni a pioggia. L’accoppiata musica-turismo non potrà più funzionare da alibi per nessuno.


Franco Pecori Sono pochi i veri patiti del jazz, ma l’interesse cresce Paese Sera 27 giugno 1979


 

 

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27 giugno 1979