La complessità del senso
20 11 2018

Schlippenbach suona Morton

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Alex von Schlippenbach, leader della Globe Unity Orchestra

Con affetto, con divertimento, ma anche con grande rigore, Alex von Schlippenbach ha dedicato tutta la prima parte del concerto al Teatro Argentina di Roma – penultimo appuntamento della serie Un certo discorso di Radiotre e, bisogna sottolinearlo, dei Comuni di Roma e Venezia – ad un’antologia di brani di Jelly Roll Morton: Wolverine Blues, Mr Jelly Lord, Dead Man Blues, Black Bottom Stomp, ecc.

Mitica figura di innovatore d’inizio secolo, il pianista e compositore di New Orleans ha segnato in maniera personalissima il passaggio dal ragtime al jazz. La novità del suo stile era tale che, ancora negli anni Trenta, egli chiedeva ironicamente agli estimatori della sue prime incisioni: «Ma vi piace veramente questa roba?». Immaginò sempre di affidare a grossi organici le sue composizioni. Schlippenbach, leader della celebratissima Globe Unity Orchestra, le mette spesso in repertorio.

Con la big band della Rai ne ha data una versione insolitamente briosa ed intensa; Nino Culasso, Cicci Santucci (trombe) e Baldo Maestri (sax contralto) hanno spiccato per coerenza stilistica e senso critico nell’affrontare il saggio retrospettivo.

Dalla riproposta sottilmente filologica di Jelly Roll si è passati, nel secondo tempo, alla musica pienamente contemporanea di Schlippenbach: un pezzo al piano solo, intitolato Lotse, e una composizione in quattro tempi, Römische Zahlen. Dopo 15 anni di sperimentazioni, la concezione del pianista berlinese ha raggiunto una sorta di classicità, dove si temperano l’impeto percussivo e le vertigini atonali, le repentine allucinazioni riflessive e le generose aperture del sentimento.

I quattro movimenti del pezzo di chiusura hanno dato modo anche agli altri solisti ospiti di mettersi in luce. Ha cominciato il contrabbassista Bruno Tommaso, impoegnandosi in un grandioso assolo con l’archetto (è la sua specialità), quando la musica aveva appena vissuto il suo primo momento i apocalittica disperazione. Poi, il secondo movimento ha acceso una fiammata più nettamente free, alimentata da Gerd Dudek al sax tenore e da Bob Steward al basso tuba. Il terzo movimento, su una divisione di base molto schematica, ha lanciato in un solo di flauto profondamente lirico ancora Dudak. Infine, lo swing travolgente in 4/4, con un solo di Paul Lovens, batterista-merlettaio dalla sonorità specialissima, che con tocco leggero, quasi aereo, cerca nei tamburi il fascino discreto di colori primitivi e modernissimi.

Par il bis si è tornati a Jelly Roll Morton, senza che si avvertisse la minima contraddizione. Molti applausi, calmi e convinti: segno che il percorso aveva una sua logica interna ben praticabile.

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Jelly Roll Morton

 

 


Franco Pecori, Il jazz di Schlippenbach tra passato e presente Paese Sera, 3 giugno 1980


 

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3 giugno 1980