La complessità del senso
14 11 2018

Rock, ultima corsa?


Gino Castaldo: «La musica sta vivendo
un lungo e irritante letargo di coscienza».

Segnalo il bel pezzo, chiaro e stimolante, di Gino Castaldo su Repubblica.it del 6 gennaio 2012 su Il grande silenzio del rock mentre il pop ha dominato le classifiche dell’ultimo anno. «I nomi in grado di contrastare la marea montante del disimpegno musicale – osserva Castaldo – sono sempre meno e più isolati». Leggiamo che «il popolo giovanile, incoraggiato da un sistema mediatico votato al consumismo più sfrenato, sembra tornato a un’era pre-rock in cui la musica era soprattutto intrattenimento».

Per i lettori più giovani segnalo anche un pezzo da me pubblicato sulla rivista Musica/Realtà nel dicembre 1980. Una prospettiva storica può essere utile. Ne accennavo già allora: nel 1969 Woodstock aveva segnato «l’accumulo più gigantesco sull’altare del valore simbolico». Il manager Albert Grossman aveva parlato di “un oggetto che può valere un investimento di oltre un milione di dollari”. E infatti – osservavo – «dopo Woodstock, comincia a farsi strada l’idea del revival. E con la riproposta degli anni Cinquanta (a cominciare dagli Sha Na Na), la dimensione riflessiva, il versante interpretativo, l’adozione del metalinguaggio diventano espliciti». Da quel momento – insistevo – «la dimensione mercantile non può più passare come un fatto accidentale, come un qualcosa che accadrebbe malgrado la forza “rivoluzionaria” dei suoni. La “riflessione”, nel rock, accelera il processo affaristico, produce disgregazione, moltiplica le immagini, ma non a favore dell’immaginario». Quel pezzo s’intitolava Il rock e la sua immagine. Lo si può rileggere qui.

Franco Pecori

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7 gennaio 2012