La complessità del senso
24 08 2017

Che cos’è il jazz

Se ne accorge soltanto chi può averne memoria

 

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Energia, talento, donna “calda”, seme dell’uomo: la parola jass passa da tali significati della seconda metà dell’800 al significato di musica suonata nelle feste da ballo, verso la seconda metà del ‘900. Nel ’14, un certo Bert Kelly suona il banjo in un’orchestrina al Saint Francis Hotel di San Francisco e nel ’16 è leader della sua Jass Band, a Chicago.

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Il jazz, nella sua prima forma compiuta, è quello di New Orleans, basato sull’improvvisazione collettiva di carattere polifonico. Per l’ispirazione, attinge al canto afroamericano, spirituale e di lavoro, e alla musica europea (New Orleans nasce nel 1680 come colonia francese sulle rive del Mississippi), classica e militare. Per il ritmo, ruolo decisivo hanno le danze africane degli schiavi, ai quali la domenica è permesso riunirsi. Gli strumenti sono quelli della tradizione bandistica dei colonizzatori.

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Quando i locali del divertimento e della prostituzione si chiudono a New Orleans (gli Usa sono entrati in guerra), il jazz va a Chicago. Louis Armstrong arriva nel ’22. Tra il ’25 e il ’28, raggiunge la vetta artistica, con due complessi messi insieme per incidere dischi, senza il dovere professionale di “divertire” i presenti. L’elastico tra esigenze espressive e richiesta commerciale porta il jazz a cercare risposte artisticamente adeguate alle proprie istanze sociologiche. Il blues, dolore-malinconia-rabbia, segna la sofferenza di un incontro (tra popoli) e la sua vitale necessità.

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Il canto, nel jazz classico e nell’età di mezzo (anni ’50 compresi), ha un ruolo omogeneo rispetto alle esecuzioni strumentali. Grandi cantanti e grandi solisti spesso si equivalgono. E d’altra parte, il valore artistico delle big-band e delle piccole formazioni si misura comunque con la capacità d’intrattenimento, che resta la funzione principale del jazz fino agli anni ’60. I risultati, a volte artisticamente sublimi, non cambiano la sostanza del discorso. La tensione si fa diversa quando, a partire dai primi anni ’40, musicisti come Thelonious Monk e Charlie Parker sentono sempre più viva la necessità di suonare svincolati dalle convenzioni del jazz ballabile (ed orecchiabile) e, cercando libertà espressiva, elaborano col Be-bop stili complessi. Il jazz si dirama in un intreccio di poetiche, “calde” e “fredde” e si dibatte tra l’ansia di progredire sul piano culturale (si pensi alla musica “intuitiva” predicata da Lennie Tristano) e la nostalgia del Revival cioè del tentativo di tornare a New Orleans.

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In verità, è proprio l’energia delle origini a fornire nuova vita al jazz degli anni ’60, non però nell’ottica revivalistica, bensì attraverso il pieno recupero dell’improvvisazione collettiva, di tutte le sue valenze espressive. Miles Davis e John Coltrane aprono al metodo modale e valorizzano la melodia, rompendo la gabbia delle armonie tradizionali e facendo posto alla fresca vena del Free Jazz di Ornette Coleman.

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Nel free si volle vedere qualcosa di rivoluzionario e di eccessivo. Era invece semplicemente una scelta di libertà, attraverso il canto dei padri, non per tornare indietro. Il jazz, specialmente il “free”, è parte essenziale di tutta la nuova musica degli anni ’70 e ’80, sia in prospettiva Fusion, sia di stampo “euro-colto”.

 

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Nel decennio successivo e ora, nel terzo millennio, il jazz vive nascosto in molte musiche, a quasi tutte dà sostanza, ma se ne accorge soltanto chi può averne memoria.

 

caldo o freddo?

 

il vero jazz

Franco Pecori

 

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1 dicembre 2013