La complessità del senso
16 11 2018

Un risotto con Dizzy Gillespie

 

 

 

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Perugia 1980, il giorno dopo il concerto al Morlacchi

 

 

Un Pomeriggio con Dizzy Gillespie. Più che un’intervista, l’incontro emozionante con un pezzo di storia vera, in carne ed ossa, colta mentre passa stranamente per Perugia, portandosi dietro l’America, la musica degli anni ’40. I bassorilievi di Giovanni e Nicola Pisano, sotto la pioggia di questo novembre, non si sono nemmeno accorti, forse, della gente che vociando tornava alle case, dopo il concerto festoso al Morlacchi. Una sera come le altre, per la fontana Maggiore; del resto, ai tempi di Umbria Jazz, se n’è vista di folla in Piazza 4 Novembre, se ne sono visti di personaggi.

 

Eppure, non così tanti. Viene in mente Charles Mingus, sdraiato a terra col suo pancione, a fumarsi il sigaro sotto le transenne, mentre sul palco suona la grande orchestra di Thad Jones & Mel Lewis. Ed ora, dopo sei anni, Dizzy Gillespie, fuori dalla folla estiva, tra quinte e velluti rossi. Dizzy s’è trattenuto a Perugia anche il giorno dopo. Con un minimo di fiuto lo abbiamo rintracciato in periferia. Una casetta con un piccolo giardino, vicino al passaggio a livello. Intorno, qualche macchina; c’è aria di festa, ma senza chiasso. Una riunione raccolta, persone che mettono al primo posto l'”unità del genere umano”, senza preti, un’assemblea “spirituale”, per festeggiare Baha’u’llah, fondatore della fede Baha’i, nato in Persia nel 1817: «Non siamo una setta – dice subito una dolce ragazza dalla pelle olivastra -; vogliamo un sistema federale che governi tutta la Terra, liberata dal tormento e dalle sofferenze». L’assemblea sta mangiando, sono le 2 del pomeriggio. Tutti sanno che siamo arrivati per Dizzy. Ci hanno lasciato una sedia accanto a lui e ci danno un piatto di riso cucinato in varie maniere, con pollo e con uvetta. Anche Dizzy lo mangia, ride di cuore, scherza con i bambini che a turno gli vengono in grembo. Per loro, Gillespie è solo un gran nonno dall’occhio largo e dalle mani scure, bonaccione e irresistibilmente simpatico. Ma sei sempre così buono, Dizzy?

 

«Ognuno ha un suo grado di spiritualità. Se sei cattivo, vuol dire che non sei sviluppato, lo dice la mia religione» – e mostra una pietra che gli pende dal collo, una pietra del Monte Carmelo, in Israele, dove è morto il fondatore della fede Baha’i. Quando sei diventato religioso? «Dodici anni fa, in Uruguay. Ho capito che bisogna avere pietà per i cattivi». Ma non ti arrabbi mai? «Una volta, mi ricordo, in Giappone. Ero in Tv a provare. A un certo punto, credevo che fosse il momento buono e ho suonato con tutta l’anima. Quando ho finito, loro, i tecnici, mi dicono che bisogna rifare tutto, credevano che quella fosse solo una prova. Ma il momento, ho urlato, è quando suono, non ci sono prove! Allora hanno capito, mi hanno abbracciato e mi hanno offerto il tè».

 

Ed eccoci al jazz, ecco il Gillespie musicista, leggenda d’una vita vissuta e buona anche per il futuro. Dizzy ha 63 anni. Nero della Carolina del Sud, figlio di muratore, gira col suo ritmo che non ha bisogno di riconoscimenti, con la sua memoria di grandi fatiche e di grandi gioie, ingenuo e sapiente, come un antico filosofo.

Dopo Armstrong, la tromba jazz sono le gote rigonfie di Dizzy, le sue smorfie di fratello allegro, che sorride per non morire, che ruba lo swing al patrimonio dei nonni. C’è anche Tony Scott alla festa, un Mangiafuoco vestito di nero, che quando non suona il clarinetto (benissimo) parla di sé, deisuoi progetti per una grande orchestra. Ora gli interessa Dizzy, lo vuole ingaggiare per un lavoro. Si mettono a parlare fitto, sulle ginocchia carta di musica, nella mano un piccolo registratore per ricordarsi gli accenni, bi-bodidàda-tatà, come ai tempi gloriosi del be-bop.

 

A Gillespie interessa soprattutto il ritmo, le divisioni afro-cubane. Chiama un ragazzino e gli fa sentire in cuffia un’incisione di congas e di scacciapensieri sovrapposti: «L’ho fatta da solo, dice, tutta da me!». Lui, il grande Dizzy, come un fanciullino. A volte mischia l’afro-cubano con i ritmi binari del rock. «Ma sì! Io vengo dal Rhythm and Blues, lo suono da sempre. R & B significa scopando, è musica della vita, c’è il movimento giusto; se la mischio col ritmo latino posso fare tutto, non è semplice, come il jazz, ecco perché piace molto ai giovani». E’ vero, Dizzy, che quando sentisti Ornette Coleman  al Five Spot di Manhattan, nel ’59, non ti piacque per niente? «Era molto strano. Poi mi hanno dato un disco e ho potuto capire».

 

Se dovessi scegliere tra due trombe come Don Cherry e Chuck Mangione, quale preferiresti? «Don Cherry mi piaceva solo con Ornette. Mangione è un grande amico mio, quasi un figlio». Ma perché la tromba è tanto importante nel jazz? «Perché è la guida, è la prima donna». Una gran risata, l’occhio che brilla.

Qual’è il musicista che ha giovato di più alla causa dei neri in tutta la storia del jazz? Qui Dizzy si fa serio, pensa per un paio di minuti buoni: «Ellington, Armstrong. Hanno fatto felice la gente. Suonavano e sapevano tenere la scena». Ciao Dizzy. Lo lasciamo che fa le foto ricordo in giardino e di nuovo scherza con i bambini.

 

 


Franco Pecori, Un piatto di riso con Dizzy Gillespie mentre parla di sé, Paese Sera, 22 novembre 1980


 

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22 novembre 1980