La complessità del senso
18 11 2018

Jazz in Umbria, una polemica una storia

 

Miseria e arroganza, nella lingua incerta e nel pensiero confuso, traspaiono complessivamente e in particolare in alcuni passi delle reazioni ad un articolo critico su un concerto di jazz al teatro Morlacchi di Perugia il 12 novembre 1980. Perché rileggere certi testi a distanza di quasi trent’anni? Non tanto per sottolinearne l’inadeguatezza, relativa soprattutto all’ufficialità della pertinenza su cui si basavano, quanto piuttosto per richiamare alla memoria la radice, la provenienza di equivoci gravi, tuttora non chiariti, circa l’importanza di una consapevolezza culturale specifica nella gestione di problematiche relative alla crescita di fenomeni e tendenze artistiche in un contesto sociale interessante per il momento a cui rimanda. La sfera politica resta non certo immune da responsabilità. Siamo stati i primi in Italia, nel 1966, ad introdurre la questione estetica in campo jazzistico, prendendo spunto dall’arrivo del free jazz. Abbiamo poi insistito nel tratteggiare la situazione storica e la problematica critica relativa al jazz nel nostro Paese. Basterà scorrere all’indietro l’indice CritamorMusica. Il lettore giovane, o che si accosti per la prima volta al tema, troverà spunti per una ricerca. Al lettore esperto lasciamo il giudizio sulle prospettive e sui destini di una musica che sembra per lo più dimenticata mentre invece vive (lo spirito del blues e dell’improvvisazione) anche nelle forme più “analfabetiche” della produzione degradata. Molte cose sono cambiate da quegli anni Ottanta. Nuove generazioni di musicisti italiani, più preparati rispetto ai loro padri e nonni (scuole di musica, conservatori, università, spazi, occasioni), hanno compreso la necessità di sentirsi liberi tra i generi e oltre, hanno conosciuto un po’ tutta la musica e la praticano in un discorso più articolato e cosciente. Ma il problema della critica, del giudizio, non può essere risolto una volta per tutte. Ciascuno continui a ragionare e non trascuri la storia – Franco Pecori, 3 giugno 2009.

 

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da l’Unità – Umbria, 18 novembre 1980

Alcune riflessioni e una risposta in merito ad un articolo di Paese Sera

Non servono “etichette” per far cultura musicale

 

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In un’inchiesta apparsa su questa pagina qualche settimana fa e dedicata all’inverno culturale perugino, abbiamo parlato delle iniziative musicali, teatrali e più in generale di aggregazione culturale che sono in cantiere per questo inverno. Gli articoli dell’inchiesta (uno dedicato alla musica, uno al teatro e uno ai “luoghi”) si limitavano a dare informazioni, a raccogliere pareri, commenti, stimoli da riprendere per una analisi più puntuale e particolare e per una discussione più completa e generale.
Se Perugia, anche con la freddezza del calcolatore elettronico, è stata giudicata la città di provincia più vivibile, molto di questo giudizio discende dal tipo di “clima” politico-culturale che si vive e che trova nell’impegno e nell’intervento degli enti locali una ragione fondamentale. È qui che si aprono, per le situazioni nuove che oggi si vivono anche a Perugia, problemi di programmazione culturale dell’ente pubblico, problemi di apparato e di rapporti istituzionali per i numerosi soggetti di aggregazione culturale a Perugia.
Si tratta di questioni “aperte” e sulle quali vogliamo invitare ad una riflessione, ad un dibattito. Lo iniziamo pubblicando un articolo del compagno Giampiero Rasimelli, responsabile culturale del comitato regionale del Pci, che prende l’avvio da uno dei primi appuntamenti musicali ad alto livello registratisi a Perugia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Dispiace dover rilevare come anche su una testata tra le più impegnate nella battaglia per un’informazione obiettiva e democratica (Paese Sera) possa accadere l’incidente di una cronaca distorta, culturalmente inconsistente e ambigua nei suoi risvolti politici. Sto parlando dell’ articolo di Franco Pecori (del 14 novembre) sulla coppia di concerti Gillespy-Woods organizzati dal Jazz Club di Perugia al Teatro Morlacchi l’11 e il 12 di questo mese.

L’episodio in sé non meriterebbe tanta attenzione se non offrisse la possibilità di fare il punto su alcuni nodi di politica culturale e sul dibattito aperto nel movimento democratico su questa materia. Queste le tesi esposte nell’articolo:

a) qual è il jazz (come altre espressioni culturali) fruibile a livello di massa? Pecori tende ad accreditare una pericolosa teoria secondo cui esisterebbe un jazz «tecnico-sofisticato» fruibile in ristretti circoli privati e un jazz più «umoristico scenico» che meglio si adatta alle grandi masse;

b) il jazz non è fatto per le classifiche (Wood è considerato dalle riviste specializzate il miglior alto-sassofonista del mondo), ma la sua valenza vera sarebbe quella della popolarità che riesce ad esprimere nella sua rappresentazione. Una tesi ormai consunta di una parte dell’«avanguardia», quella populistica;

c) Pecori fa una confusione incredibile (che ci sembra presente anche nella dichiarazione dell’assessore Coli) attorno alla questione del «commerciale». Secondo il «nostro» sarebbe commerciale ciò che è tecnicamente raffinato e non ciò che è più popolare. I grandi problemi che i sollevano nel circuito consumistico nemmeno sfiorano questa valutazione;

d) l’obiettivo primario che ci si dovrebbe porre nel comporre il «cartellone» è, secondo Pecori, quello di proporre spettacoli che «infiammino» il pubblico. E ancora qui ritorna un concetto mistificato di «popolare», del meccanismo partecipativo nella rappresentazione.

A questi concetti obsoleti espressi nel menzionato articolo, si aggiungono una serie di interviste dalle quali, per come sono costruite dall’autore, si evince che a Perugia esisterebbero due centri jazzistici fra loro in antagonismo di «classe» e di «stile», che vi sia da parte dell’amministrazione comunale la necessità di contrastare lo strapotere dei circuiti «commerciali» nel jazz perugino, che a fronte di questa situazione nulla si fa in direzione di una reale diffusione di massa della cultura musicale e in direzione della sperimentazione.

Tutto ciò è falso, ambiguo e strumentale. La grande esperienza musicale di massa, condotta con Umbria Jazz a Perugia e nella regione, ha lasciato il segno. Al di là del fattore turistico per anni si è avuta in Umbria la possibilità di offrire a grandi masse proposte culturali di alto livello che molto hanno maturati tra la gente e che hanno di riflesso determinato le condizioni perché soggetti pubblici e privati potessero continuare efficacemente a coltivare quanto seminato in quelle estati. Se un torto ha avuto Umbria Jazz è forse quello di avere concluso repentinamente il suo ciclo sull’onda di un dibattito tutt’altro che avanzato sul piano strutturale (le questioni dell’ordine pubblico).

Umbria Jazz è stato un fatto di pluralismo culturale, un’esperienza avanzata di rapporto tra iniziativa pubblica e privata in campo culturale e da lì hanno avuto origine per moduli, soggetti e ispirazioni le attività jazzistiche degli ultimi anni. La scelta di fronte a cui si trova oggi l’ente pubblico è quella di garantire alla più larga massa di utenti una qualificazione sempre maggiore delle iniziative culturali e insieme una capacità crescente di stimolo e di diffusione di tutti quegli interventi che possono raccogliere e consolidare quanto spontaneamente matura nella aggregazione collettiva o negli altri canali della struttura pubblica (le scuole, le circoscrizioni, la politica del tempo libero). Non è forse questo il segno della «Estate romana» o dell’iniziativa delle amministrazioni locali democratiche più avanzate nel Paese?

Non c’è contraddizione quindi tra l’iniziativa di club e un disegno di più ampio raggio; è in questo quadro che peraltro va inserito il discorso (ma è forse nuovo per l’Umbria?) del decentramento regionale, e massimo infine deve essere lo sforzo di valorizzazione del patrimonio di idee di operatori, di strumenti, di strutture accumulato in questi anni.

Non ci si può arenare in una contrapposizione di etichette tra gli operatori in campo democratico. Ognuno deve saper svolgere il proprio ruolo contro il vero nemico che sta ancora nell’impossibilità persistente per grandi masse a fruire di una qualificata proposta culturale (ed è su questo terreno che occorre sfidare il meccanismo commerciale) che solo può ricadere in un fermento spontaneo non alienato. Queste osservazioni mi fanno ritenere pericoloso il messaggio contenuto nell’articolo di Pecori e perciò le propongo all’attenzione e ad un auspicabile dibattito tra i lettori e tra i soggetti interessati.

Giampiero Rasimelli

 

 

da L’Unità – Umbria, 20 novembre 1980

La polemica sul jazz:

una lettera dell’Arci provinciale di Perugia

 

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Dopo l’articolo di Giampiero Rasimelli, pubblicato su questa pagina martedì 18 novembre, l’Arci provinciale di Perugia ci ha inviato questo articolo che volentieri pubblichiamo.

 

 

 

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Abbiamo letto l’articolo di Giampiero Rasimelli uscito sull’Unità di martedì 18 novembre: il merito dell’articolo è quello di aprire in Umbria un dibattito sulla musica jazz e sulla politica culturale che molto spesso rimane ristretta in ristretti gruppi di specialisti o appassionati. Finalmente si riesce, su questi problemi ad individuare uno “specialista”, categoria che ritenevamo fosse estremamente esigua, anzi per la verità a Perugia ne esiste (ed è riconosciuto) soltanto uno; ma sarà poi vero?

Rasimelli prende lo spunto da un articolo di Pecori uscito su “Paese Sera” e ci pare per lo meno strano l’invito rivolto da un lato a Pecori a non occuparsi della stagione jazz umbra, perché i suoi giudizi sono “inconsistenti e parziali” e dall’altro a “Paese Sera” che non dovrebbe consentire di scrivere di queste cose ad uno che si è permesso di criticare nei contenuti l’accoppiata Gillespie…

Ci pare che i toni usati da Rasimelli nel definire l’articolo di Pecori, ambiguo e distorto, siano da attribuire a un modo “provinciale” tutto sommato pregiudizievole rispetto alla necessità di allargare il dibattito sul jazz in Umbria e sullo sviluppo in senso pluralistico delle conoscenze musicali. Per essere produttiva la discussione, la riflessione deve inevitabilmente partire dall’esperienza di Umbria Jazz, la quale non fu chiusa soltanto per motivi di ordine pubblico ma anche per problemi di impostazione culturale (contenuti del jazz e proposta) e per la formula organizzativa.

La soppressione, ne siamo anche noi convinti, è stato un errore perché non si sono voluti affrontare concretamente i problemi e le questioni sollevate nella ultima edizione, poste anche dalla stampa specializzata. Ma piangere sul latte versato non basta, occorre un impegno delle forze democratiche e di cultura perché si giunga a ridefinire una politica per il jazz, capace di mantenere l’Umbria all’altezza della fama acquisita. Per una analisi seria bisogna guardare cosa è successo dopo “Umbria Jazz”, per non commettere l’errore di perseguire le logiche che portarono alla sua soppressione. Ci sembra che nella nostra regione siano nati in molti centri, gruppi interessati a questo tipo di musica che, non sono soltanto appassionati, ma anche musicisti praticanti, e centri di aggregazione associativa, capaci di costruire una proposta qualificata e di gestirla organizzativamente.

Il Centro “C. Mingus”, il Blues island, il Mozart, il Centro Jazz spoletino, il Collettivo musicale folignate, l’esperienza di jazz dell’alta valle del Tevere, e le varie realtà di Assisi, Tavernelle e Trevi sono le prove evidenti e tangibili che per impostare una politica culturale non si può non tener conto di possibilità più ampie e di più largo respiro politico.

Non si può quindi, nell’impostazione generale, pensare che questa politica possa essere affidata a una sola concezione unilaterale e “clubbistica”. Il movimento associativo contiene al suo interno tutti glie elementi propri del pluralismo culturale. A noi, quindi, la contesa tra Rasimelli e Pecori su probabili impostazioni di “classe” o “populistiche” non interessa. Ci interessa sottolineare che la nostra impostazione racchiude in sé tutto il patrimonio storico contemporaneo.

Ciò significa che la promozione culturale deve vedere unite le diverse modalità espressive e organizzative: concerti, laboratori, seminari e interventi didattico-educativi.

Sarebbe estremamente sbagliata una politica vista soltanto dal lato della spettacolarità consumistica poiché in Umbria il pubblico ha ancora basi ristrette; è necessario allargarlo e per questo fine risulta fondamentale lo sviluppo delle conoscenze e l’utilizzazione di tutti gli strumenti disponibili. Il cartellone quindi deve prevedere necessariamente il concerto opportunamente guidato (schede, materiale informativo ecc.) poiché, esso fa parte integrale della promozione culturale; il cartellone deve prevedere inoltre interventi diversi e diffondersi nella regione (non solo a Perugia) coinvolgendo i comuni e le realtà associative locali, senza emarginare nessuno.

Speriamo che il dibattito si allarghi in modo che gli enti locali, tutte le forze associative presenti in Umbria concorrono a definire le linee culturali e a varare il cartellone delle iniziative richieste per la stagione ’80-’81.

Arci provinciale di Perugia

 

 

da L’Unità – Umbria, 22 novembre 1980

Una replica di Pecori

 

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Da Franco Pecori riceviamo questa lettera che pubblichiamo.

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Caro Direttore,

Sulla pagina “Umbria” dell’Unità di martedì 18 novembre Giampiero Rasimelli, in qualità di «responsabile culturale del comitato regionale del Pci», si scaglia ferocemente contro un mio articolo (Paese Sera, 14 novembre 1980), sui concerti tenuti a Perugia dai jazzisti Dizzy Gillespie e Phil Woods.

Rasimelli, coinvolgendo anche le qualità democratiche della testata per cui scrivo, definisce la mia «una cronaca distorta, culturalmente inconsistente e ambigua nei suoi risvolti politici». E per giustificare la gravità delle sue parole, il responsabile culturale del comitato regionale del Pci riassume in quattro punti le «tesi» del mio articolo; riespone inoltre alcune mie considerazioni sulla situazione della musica jazz a Perugia, considerazioni scaturite anche da due interviste concessemi dall’assessore alla Cultura Enzo Coli e dal responsabile provinciale dell’Arci, Mario Mirabassi.

Tutto ciò Rasimelli lo fa in 66 righe, con tracotanza e con incertezza linguistica. Colpisce soprattutto (è «pericolosa», direbbe il responsabile culturale del comitato regionale del Pci) la difficoltà di Rasimelli a leggere il senso delle mie parole. Dalla sua falsa interpretazione sembrano derivare due posizioni politiche, una sicuramente giusta (la sua) e una sicuramente sbagliata (la mia).

Ora, anche considerando i più larghi margini interpretativi, individuare nel mio articolo una tesi «populistica» credo francamente che sia errato. Restando nello spazio delle 66 righe impiegate da Rasimelli per distorcere il mio scritto, converrà riesporne almeno una parte:

«L’eccelsa virtuosità di Phil Woods va rispettata, insieme ad un suo buon gusto, che gli permette di suonare senza amplificazione, come ha fatto anche mercoledì. Ma forse certa musica sarebbe più adatta all’ambiente dei club privati; portarla in un teatro come il Morlacchi, pieno solo a metà, dopo che la sera prima una folla entusiasta aveva salutato Gillespie con grandi ovazioni, ha voluto dire anche mettere Woods a confronto con una capacità di tenere la scena, che Dizzy ha da vendere e che non rientra nelle doti del sassofonista e dei suoi tre distinti accompagnatori. Non sempre il modello giusto, per il jazz, è detto sia quello del concerto organizzato alla grande, secondo l’idea tradizionale di “cartellone”. Fanno bene gli enti locali, Comune e Regione, a considerare in una prospettiva unitaria ed organica le proposte che provengono dai due centri jazzistici perugini, il “Charlie Mingus” (Arci) e il “Jazz Club”. ‘ Per il prossimo anno – assicura Enzo Coli, assessore alla Cultura di Perugia – costituiremo una commissione musica, in modo che le proposte culturalmente valide siano realizzate su una base di largo consenso. Il comune non è disposto a coprire nessuna operazione commerciale ‘. Per ora, resta la concorrenza dei due gruppi suddetti. Ai programmi del Jazz Club […] l’Arci risponde con altri nomi […], ma soprattutto con un’impostazione diversa, volta ad incentivare, come dice Mario Mirabassi (responsabile provinciale), ‘ iniziative in tutta la regione, Terni, Spoleto, Foligno, Città di Castello, con attività culturali fuori dalla logica promozionale del club ‘. Una cosa è sicura, che la spesa pubblica deve rispondere, anche per il jazz, ad esigenze largamente sentite dalla popolazione. Altrimenti non si esce dalle vecchie contraddizioni, che hanno portato a chiudere una manifestazione come Umbria Jazz, che pure, sul piano artistico, era di levatura internazionale».

Sulla valutazione estetica di un certo musicista si può benissimo trovarsi in disaccordo. Il Down Beat ha Phil Woods in vetta alle sue classifiche. Il Down Beat, come fa notare LeRoi Jones, è la stessa rivista che parlò di «sconsiderato fanatismo» a proposito di Charlie Parker e che poi definì «antijazz» la musica di Ornette Coleman.

Ciò che preoccupa è l’utilizzazione politica che sul territorio umbro potrà esser fatta del feroce attacco del responsabile culturale del comitato regionale del Pci all’articolo del sottoscritto. Infatti, che a Perugia e in Umbria esistano forze reazionarie, pronte a contrastare, in campo jazzistico, progetti innovativi e aperture strutturali, è un dato facilmente verificabile, basta fare una visitina.

Le contraddizioni di Umbria Jazz, è verissimo, meritano un serio e approfondito dibattito; non è certo Giampiero Rasimelli il primo a rilanciarlo. La questione dell’«ordine pubblico» è stata il cavallo di battaglia della stampa ultraconservatrice. Ma c’è stata anche la critica della sinistra, che ha avuto il suo peso sulla valutazione della consistenza strutturale della manifestazione.

Per quel che riguarda il presente, quando il responsabile culturale del comitato regionale del Pci dice che «la scelta di fronte a cui si trova oggi l’ente pubblico è quella di garantire alla più larga massa di utenti una qualificazione sempre maggiore delle iniziative culturali e insieme una capacità crescente di stimolo e di diffusione di tutti quegli interventi che possono raccogliere e consolidare quanto spontaneamente matura nella aggregazione collettiva o negli altri canali della struttura pubblica (le scuole, le circoscrizioni, la politica del tempo libero)», non mi sembra che indichi una strada molto diversa da quella che, sia l’Arci provinciale sia il comune di Perugia, sono intenzionati a battere. Proprio questo dovrà essere il senso della futura commissione musica e proprio in questo sta la diversità delle proposte del Centro Charlie Mingus rispetto alla prospettiva del Jazz Club perugino.

Una certa capacità di coinvolgimento, che il managerismo privato riesce ad esprimere a volte anche verso posizioni politiche avanzate, può aver attenuato quella diversità, in apparenza. L’intervento di Rasimelli, che non accenna ai processi organizzativi né di Umbria Jazz né del “cartellone” approntato per il Morlacchi dal Jazz Club, può essere portato ad esempio di tale ipotesi.

La discussione sugli aspetti affaristici della vita musicale non nasce oggi, né riguarda solo il jazz. Ma qui saremmo già in pieno dibattito, un dibattito più generale, che meriterebbe forse di essere ospitato in altri spazi.

Fraterni saluti, Franco Pecori.

 

 

Dal Paese Sera, 28 novembre 1980

Lettera al Direttore sul jazz a Perugia

 

Egregio Direttore,

Ci è sembrato alquanto strano che il suo giornale abbia inviato Franco Pecori a Perugia l’11 e 12 scorsi quando si era a conoscenza che era stato in precedenza invitato e già accreditato Roberto Capasso. Qualcuno forse si sarà detto, perché Capasso e non Pecori? Noi siamo democratici e pluralisti ed è giusto che vadano a Perugia tutti e due.

Da parte nostra per i concerti jazz dell’11 e 12 novembre, che aprivano la stagione ’80-’81 patrocinata dal Comune e organizzata da questa associazione (privata, non democratica: quale delitto!), avevamo invitato Polillo da Milano per la rivista Musica Jazz, Molendini per il Messaggero e Capasso per Paese Sera. Perché Capasso e non Pecori? Per due semplici ragioni, caro Direttore; la prima perché conosciamo Capasso da oltre venti anni e da sempre collabora a Paese Sera. La seconda per quanto le accludo: sono due ritagli del suo giornale di circa un anno fa. Potrà verificare che il suo Pecori preferisce Pisa e Firenze a Perugia e noi volevamo evitargli un viaggio e un servizio a lui poco graditi.

Non stiamo a commentare quanto Pecori ha poi scritto, ci mancherebbe. Ci ha già pensato l’Unità con il responsabile culturale del comitato regionale del Pci.

Nessuno però ci toglie dalla testa che Pecori è stato spedito a Perugia (a spese del giornale) per rompere le scatole, visto che c’era già Capasso (ospite) ed avrebbe potuto scrivere sulle due serate.

Sappia allora che da queste parti Pecori e il suo sparuto gruppuscolo di nappisti del jazz sono ben conosciuti e catalogati, fin dai tempi di Umbria Jazz, da chi solitamente deve prendere decisioni politiche e culturali.

Carlo Pagnotta, Presidente Jazz Club Perugia.

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– L’idea che al Jazz Club di Perugia si sono fatti circa i rapporti con i giornali sembra proprio quella di chi è abituato a spadroneggiare e dice: siamo un’associazione «privata, non democratica», non ci venite a «rompere le scatole».

– Due articoli, uno di Roberto Capasso e uno del sottoscritto, mostrano una diversa opinione su ciò che si debba intendere per jazz attuale. E allora?

– L’Unità ha pubblicato (18 novembre, pagina “Umbria”) un commento critico di Giampiero Rasimelli al mio articolo (Paese Sera, 14 novembre) sul concerto di Phil Woods a Perugia. Ma sull’Unità sono anche apparsi un intervento dell’Arci provinciale (20 novembre) e una mia replica (22 novembre). Stesso argomento, opinioni diverse. E allora?

– Se chi ha scritto o scrive di musica su riviste e giornali come Giorni-Vie Nuove, La Città Futura, Laboratorio Musica, Rinascita, l’Unità e Paese Sera viene «catalogato» in un certo modo, il punto di vista mi pare fin troppo chiaro.

– Quanto al «prendere decisioni politiche e culturali», l’orientamento del comune di Perugia è di istituire una commissione musica, per vagliare le proposte e decidere i finanziamenti dell’attività jazzistica. Il mio articolo del 14 novembre conteneva anche questa notizia. Non deve essere stata l’ultima causa di certe reazioni.

Franco Pecori

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3 giugno 2009