La complessità del senso
24 08 2017

Musica e mass media

 

 

 

Lo sviluppo della musica

e i mezzi di comunicazione di massa

  

 

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Il quadro contemporaneo dei fenomeni musicali, visto nelle diverse prospettive della produzione e dell’ascolto, dei mezzi di diffusione e delle forme di gestione, non può non essere considerato in funzione di due parametri che ormai da molti anni ne determinano il configurarsi; intendiamo le comunicazioni di massa, con i loro apparati e con le loro leggi di funzionamento, e intendiamo la crescita del consumo in termini di articolazione della domanda e di consapevolezza delle istanze culturali che sono alla base delle scelte di fruizione del prodotto.

 

Diversa fruizione della musica in un rapido evolversi della situazione produttiva e comunicativa. Non è necessario ripartire dalla contrapposizione ormai accademica “apocalittici-integrati” per acquisire il dato di fondo della discussione, che se vuol essere realmente aggiornata non può fermarsi al sociologismo, ma deve utilizzare la metodologia interdisciplinare, già dagli anni ’60 in circolazione tra gli studiosi italiani interessati alle tematiche qui richiamabili. Ciò non per sfuggire agli importanti nodi pratici, per esempio tecnologici, che si incontrano parlando anche di musica nell’attuale situazione del sistema comunicativo, ma proprio per dare alle “cose” un senso di quanto minore distacco dalla “realtà”.

 

Una certa strategia di concretezza mercantile viene spesso contrapposta a quella che sarebbe una colpevole astrattezza filosofica. Ora occorre recuperare l’operatività del parametro cultura in ogni discorso che riguardi i rapporti tra produzione e consumo. Di fronte alla crisi di produzione e di partecipazione, crisi che si esprime in certe forme gravi di riflusso, non basta dire: «Facciamo i conti col mercato», se poi il lavoro si riduce ad una sbrigativa praticaccia e ad un semplice adeguamento alle leggi commerciali, intese come dai quasi-naturali.

 

Prendiamo come riferimento teorico per il recupero di cui sopra il concetto di cultura secondo Jurij Lotman. Per lo studioso sovietico, cultura è l’ «insieme di tutta l’informazione non ereditaria e dei mezzi per la sua organizzazione e conservazione». La società si distingue dall’uomo singolo, dice Lotman, proprio per il fatto che, mentre la sopravvivenza del singolo sarebbe garantita dal soddisfacimento di alcuni bisogni naturali, la sopravvivenza della società «non è possibile senza cultura». Ma se cultura è informazione e mezzi dell’informazione, allora l’informazione rispetto all’uomo sociale è la condizione stessa della sopravvivenza. Sicché, in epoca di mezzi di comunicazione di massa, la lotta per la sopravvivenza è lotta per l’informazione di massa.

 

Si tratta di vedere come si possa mettere insieme, modificando, aggiustando e magari rivoluzionando, i termini di informazione e gestione dei mezzi; due termini che, oggi, procedono in contrasto tra loro. Un solo esempio. Per la Tv e la radio, si tende ad usare l’indice di ascolto, che è un dato quantitativo, per giustificare e riprodurre una certa qualità dei programmi. Ora, rispettare la richiesta del pubblico in tal senso vuol dire semplicemente praticare la strada della violenta e volgare astrazione informativa rispetto alla diversità e differenziazione reali del cosiddetto pubblico. E se mi si permette una metaforizzazione, tanto per accorciare il discorso, un certo rispetto per l’indice di ascolto equivale ad una certa ottica mercantile, con la quale si pretende di gestire la cultura, anche la musica. Fa bene Pestalozza ad evidenziare due concetti imprescindibili: la «ricerca musicale come ricerca sulla collettività musicale, sul rapporto con essa» – dove «rapporto con la collettività» non può significare corsa all’indice di ascolto! E la demistificazione della «spettacolarità musicale», buona per tutti e allo stesso modo: «E’ un pensare ideologico – dice Pestalozza – che mistifica l’uguaglianza».

 

Il dato di fondo, si diceva. Ciò che Marino Livolsi nel ’69 scriveva come introduzione alla preziosa raccolta di testi e documenti su Comunicazioni e cultura di massa è ancora oggi pienamente utilizzabile: «I presunti contenuti alienanti della cultura di massa non sono altro che la proiezione delle norme imposte dal sistema sociale»; e anche: «La presunta massificazione urta contro l’organizzazione della società in strati e livelli. Le società attuali non sono stratificate in classi e strati, ma all’interno di ognuno di essi vi è una differenziazione orizzontale altrettanto importante di quella verticale».

 

Ora facciamo poggiare sul dato di fondo quello che dagli anni ’60 in poi può considerarsi il più vistoso fenomeno culturale delle nuove generazioni, ossia la musica giovanile (produzione e consumo, con relativo alone ideologico) e subito abbiamo uno stridore, una scomodità d’impatto, avvertiamo la necessità di correzioni, aggiustamenti, critiche. Rifiutare oggi lo schema rigido “apocalittici-integrati” non può voler dire semplicemente, per usare una metafora consunta ma di comune dominio, «non demonizzare». O meglio, «non demonizzare» comporta, negli anni ’80, un approfondimento serio dei rapporti tra articolazione sociale, stato tecno-industriale della produzione e vie politiche al controllo rispetto ad una materia, la musica, che se è in sviluppo non lo è certo per virtù di un astratto ottimismo. Se così fosse, bisognerebbe ritornare a tutto ciò che Walter Benjamin scriveva nel ’36 a proposito dell’Opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica; e in particolare, alla premessa di quel saggio, dove si leggeva chiaro e tondo che i concetti appresso introdotti si distinguono da quelli correnti «per il fatto di essere del tutto inutilizzabili ai fini del fascismo».

 

Vi sono due aspetti dell’attuale sviluppo della musica. L’uno è riferibile al processo di espansione e dei mezzi della cultura di massa (e si ricordi che uno dei caratteri centrali, quando si parla di mass-media, è il tipo di gestione: dai pochi ai molti); mezzi che secondo regole interne ad obbiettivi di mercato individuano referenti di vendita a prescindere da altre finalità. L’altro aspetto è riscontrabile con una seria verifica di possibilità diverse (non alternative solo ideologicamente), emergenti via via dal lavoro di confronto quotidiano con le situazioni determinate. Daterminate da un insieme di fattori, uno dei quali, ma uno solo, può essere il numero di biglietti staccati per un concerto.

 

Da e nell’intreccio dei due aspetti dello sviluppo scaturiscono campi di ricerca, problemi teorici e pratici non inessenziali per la configurazione del quadro complessivo, in un panorama mobile e multiforme, che va dall’immissione di nuovi materiali sonori nel contesto produttivo al recupero di nuovi sensi auratici nella ritualità del consumo, dalla difesa di vecchie impostazioni estetiche all’ammodernamento delle tattiche gestionali, dalla ricerca episodica di successi mercantili alla lotta per la trasparenza democratica della libertà d’iniziativa.

 

Passando al jazz, che è il mio campo specifico, possiamo dire che, a dieci anni dalla grande esplosione in Italia e mentre si registra una decisa inversione nella qualità delle iniziative, forte è il martellamento ideologico della critica conservatrice contro la «politica nella musica» e contro l’avanguardia.

 

E’ vero che certe forme di contestazione non potevano risolvere il problema del jazz in Italia. E infatti non lo hanno risolto. Ma è altrettanto vero che, salvo rare eccezioni, nessuno ha mai sostenuto la tesi di uno stretto rapporto, deterministico, tra politica e jazz in termini di linguaggio. Prolifica è la produzione, oggi, di testi riassuntivi, manualistici ecc., che sfruttano il riflusso per tradurre in termini di “storia” semplici opinioni regressive. Dicendo, per esempio, che il festival di Pescara fu sospeso, nel ’75, per colpa di «una ventina di ragazzi» (cfr. Franco Fayenz, Jazz and Jazz, Laterza), si finisce per azzerare tutto il discorso degli anni ’70, annullando alcuni pregevoli sforzi compiuti nel senso della ricerca. E infatti Arrigo Polillo, direttore di Musica Jazz, mensile campione di moderatismo, arriva ad usare lo strano termine di «avanguardia moderata» per giustificare il suo imbarazzato assenso al festival milanese del Ciak ’81, dove suonano Cecil Taylor, Bill Dixon, Anthony Braxton, David Murray, ossia alcuni tra gli esponenti di punta del jazz nero-americano ’60-’70.

 

A questo tipo di attacchi è inutile rispondere con quella che Brecht chiamava «critica culinaria» o «critica delle varianti», assaggiando la pietanza e dicendo: questo sì, questo no. La critica delle reazioni palatali serve soltanto a perfezionare il meccanismo dell’indice di ascolto. E di questa critica, sui giornali e attraverso gli altri mezzi, se ne fa molta.

 

Occorre invece riprendere le fila di un discorso iniziato nella prima metà degli anni ’70 e sviluppare certe istanze decentrate e di base, collegandole alle possibilità produttive dei mass-media (per esempio la rete Tre televisiva). E qui devo dire che non basta nemmeno lo sforzo di adeguamento alla concretezza operato da organizzazioni anche democratiche, laddove si sostiene che bisogna «partire dai livelli attuali dei consumi»; perché, come diceva Benjamin: «Si tratta di vedere se l’ottimismo concerne le capacità di azione della classe oppure invece le circostanze in cui la classe è chiamata ad operare».

 

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Cecil Taylor

 

 


Franco Pecori, a cura di, Lo sviluppo della musica e i mezzi di comunicazione di massa, seminario presso la Direzione del Pci, 27-28 novembre 1981, Biblioteca Fondazione Istituto Gramsci, 1982. Promossi dalla sezione Spettacolo del Dipartimento culturale, organizzati e diretti da Luigi Pestalozza, responsabile del settore Musica, i lavori hanno visto una larga partecipazione di esperti, con trenta interventi nell’arco delle due giornate. Il seminario è stato aperto da Pietro Valenza, responsabile della sezione Spettacolo. Luigi Pestalozza ha poi tenuto la relazione introduttiva e delineato, alla fine, le conclusioni.

Interventi: Giovanni Morelli, Giacomo Manzoni, Franco Pecori, Armando Gentilucci, Gioacchino Lanza Tomasi, Mario Luzzatto Fegiz, Gianluigi Gelmetti, Mario Baroni, Lamberto Trezzini, Giorgio Vidusso, Massimo Pratella, Riccardo Bianchini, Valerio Tura, Luciano Casadei, Paolo Morroni, Emilio Ghezzi, Gianni Marinato, Bernardino Fantini, Luigi Ferrari, Sergio Cavaliere, Lamberto Trezzini, Franco Fabbri, Franco Bruno, Vittorio Negro, Gregorio Paolini, Fausto Razzi, Marcello Ruggieri, Giuseppe Merlino.


 

 

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1 gennaio 1982