La complessità del senso
15 11 2018

Jazz a Radiotre, La creatività dei fatti

 

I concerti del ciclo Un certo discorso 

 

I concerti di Radiotre del mese di marzo si prestano ad una riflessione sulla portata attuale del free jazz degli anni Sessanta. Tutto il ciclo con i suoi undici appuntamenti da marzo a giugno sviluppa complessivamente un articolato discorso sul jazz contemporaneo, sui suoi rapporti con la tradizione e sulle sue implicazioni “europee”, apprestando in sostanza le condizioni di un fertile incontro e di un’utilissima verifica tra diversi modi di concepire l’improvvisazione e la composizione jazzistica. Il discorso è teso al domani ed è in questa prospettiva che voglio sottolineare l’importanza dello spzio offerto ad Archie Shepp (10 marzo) e al gruppo di free-men della prima generazione: Roswell Rudd, Steve Lacy, John Tchicai, Kent Carter, Steve McCall (24 marzo).

Ciò che colpisce è l’idea di situare la musica di alcuni tra i maggiori esponenti del free jazz degli anni Sessanta in un contesto da grande orchestra. Nella serier: composizione-improvvisazione, direzione-esecuzione, organizzazione-libertà, colto-primitivo, che è una serie concettuale tipica di ogni questione jazzistica, l’elemto big band si colloca sul versante dell’rdinato e del convenzionale, non certo del free. Ciò se si pensa alle grandi orchestre di Basie, Ellington, Gillespie, Herman, Rich, Jones_Lewis, Mulligan, ecc. Ma ultimamente, le grandi orchestre son tornate diattualità proprio grazie alle scelte dei musicisti “creativi”, che della free music sono derivazione più o meno diretta.

E allora il discorso si complica, perché l’improvvisazione collettiva (pensiemo ai grossi organici di un Braxton o di un Leo Smith, alla Globe Unity, a Carla Baly) entra in un gioco tutto nuovi rispetto alla rigidità dei ruoli classici, dove il solista era chiamato a riempire “liberamente” uno spazio-tempo abbastanza ristretto. E la serie di cui sopra viene scomposta e ricostruita sulla base di varianti aggiornate, per cogliere le quali non  possibile prescindere da certe matrici culturali. Sun Ra, per esempio, e tutta una tendenza del free della prima ora, di allargare gli organici e di espandere la ricerca anche in senso fisico: dal doppio quartetto di Coleman-Dolphy egli undici elementi dell’Ascension coltraniana.

Dunque, il free jazz degli anni Sessanta è un parametro pertinente per affrontare la questione-orchestrain una prospettiva attuale. Eppure, proprio la presenza di Shepp non è immediatamene rassicurante. Ed è su questo punto che mi sono trovato a riflettere. A metà del sesto decennio, sul free se ne sentivano ancora di tutti i colori: pensierini sul’incomprensibilità di qella strana cosa, che lasciava troppo spazio agli sprovveduti e troppo poco alla ragionevolezza delle regole codificate – come se fosse facile distinguere un organista buono da uno mediocre mentre eseguono una fuga  Bach; o se fosse facile, per uno che di espression iconica non sa niente, taglare la tela come un Fontana. Non il taglio della tela né la fuga sono la discriminante di arte/non arte, bensì quel taglio e quella fuga sono otuti diventare valori di riferimento. Ciò che fu improduttivo, nella critica degli anni Sessanta, fu l’attacco indiscriminato alla “cosa nuova”, giudicata misteriosa e indecifrabile senza passare per una decifrazione. L’incomprensione venne fatta passare per incomprensibilità. C’era dunque da battersi per una tesi molto semplice: che qualsiasi discorso, anche il più informale, non esiste in natura e che quindi anche l'”informale” del free jazz andava definito in quanto forma espressiva legata ad un contesto culturale.

Oggi, con il ritorno dell’orchestra e più in generale con il recupero del versante compositivo della musica jazz, si parla di nuovo figurativo in rapporto appunto all’astrazione degli anni Sessanta. Ed è un bel progresso, perché allora il discorso in termini di “astratto” e “informale” era impedito dal rozzo piagnisteo e dall’arrogante qualunquismo di chi rifiutava comprensione per non applicarsi all’analisi. Il free veniva ridotto ad un ammasso di urla insensate e di facili scimmiottature.

Quanto alle scimmiottature, sarebbe stato il caso di lasciare agli eserciti di imitatori, che passano la loro vita a cercare (dico a cercare) di rifare l’asolo di Johnny Dodds, di Charlie Parker o di Miles Davis, lasciare a questi la triste battaglia contro gli scopiazzatori di Coleman, Taylor,Shepp, Ayler, ecc. Infatti, quando mai ci si è sognati di affossare la pittura accanendosi contro l’offerta domenicale di spennellatori oleografici accampati sul sagrato all’uscita della Messa di mezzogiorno?

Più grave, di conseguenza, la tematica delle “urla insensate”. Infatti, veniva minata alla base la fondatezza della tradizione: come può darsi un tramandare insensato? La ripetizione, particolarmente orale, può portare anche all’esito estremo di una pronuncia molto forte e drmmatica (l’urlo), tesa a riscattare la necessità dell’uguale con la surdeterminazione espressiva. Ma è appunto la principale caratteristica della musica jazz e del canto che ne sta alla base: il cattivo suono. Del jazz tradizionale, diciamo. Ecco il filo interno che lega, non misteriosamente, il free degli anni Sessanta al jazz primitivo. La sostanza tradizionale dell’operazione-Coleman (intesa come metodo: collettività, spazio improvvisativo, semplicità, atnalità) è enunciabile in altri termini.

Anche il bop aveva rappresentato una resistenza nel senso della difesa della tradizione. Le forme di quella difesa furono però un intricato groviglio di armonie, una muraglia di protezione dei musicisti, i quali se e facevano scudo contro l’imperialismo della swing commerciale; ma restavano condannati, anche, ad un cifrario molto esclusivo ed isolane. Il free vuole espandersi, invece. Non si fa scudo della tradizione, la estende e la porta lontano, cercando esplicitamente contatti con altre culture mentre riattinge con semplicità all’antica sostanza dell’improvvisazione: l’anelito alla libertà. Non si tratta dunque di commemorare i 20 anni del free jazz, né, all’inverso, di celebrarne la morte. Né di recuperarlo revivalisticamente, come genere, visto che gli ultimi sbocchi della creatività “europea” sembrano disancorare senza più mezzi termini il buon senso dell’ascoltatore tranquillo. La morte del free, quella che realmente c’è stata, è stata la morte del genere free, la fine di un’etichetta, l’esaurirsi di una chiacchiera, di un cioè. «Adesso viene il bello – mi sussurrava Braxton nel camerino del St. Louis Club di Roma -, adesso finalmente possiamo dedicarci alla musica!». Ecco. Purché non si straveda di nuovo e non si faccia della creatività una categoria metafisica, un credo estetico. Riproporre il free jazz, in questo momento, può essere salutare in tal senso. La creatività è fatta di tradizione, altrimenti il succo non esce. E la tradizione non è mai, mi si perdoni il paradosso, soltanto un’avanguardia.

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Anthony Braxton 1980: «Adesso viene il bello!»

La creatività è una parola, i musicisti, le situazioni creative sono fatti. Ritorniamo ai fatti. Archie Shepp, anche e soprattuto col suo buon diritto di suonare Ellington (con la propria voce!), Shepp a contatto con l’orchestra Rai – brava gente, ma che il jazz l’ha per lo più ascoltato per troppi anni dai dischi: questo è un fatto creativo. E dentro a ciò, l’incontro di Shepp con Kenny Clarke, rivoluzionario dell’ora prima – prima di Shepp: quest’ultima potrà addirittura una novità assoluta rispetto alla tournée europea dello scorso autunno, quando Shepp si presentò con una big band di 23 elementi a suonare i classici degli anni Cinquanta!

jazz_archiesheppArchie Shepp

Soprattutto l’orchestra è ciò che conta: il respiro più ampio, l’esito dell’espansione free, la chiarezza sugli equivoci del suono solitario, assoluto, necessario, abissale e troppo spesso eccessivamente… organico. E in una certa misura, l’abbattimento, anche, dello steccato tra “improvvisazione” e “composizione”. Certo che sono due modi diversi, metterli insieme dunque è creativo. La Foresta nello Zoo? Qui è creativa l’ironia. Un quintetto con Tchicai, Lacy, Rudd, Carter e McCall è ironico di per sé, figuriamoci con l’orchestra Rai. Primitivo e analisi, urla  vetrine, folklore e arte, America ed Europa, Africa e jazz. Sono fatti che contano.


Franco Pecori, La creatività dei fatti, Laboratorio Musica n. 11, aprile 1980


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1 aprile 1980