La complessità del senso
19 11 2018

Ciao Mario Schiano, suona ancora per noi il tuo Free

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Mario Schiano se n’è andato. Avrebbe compiuto 75 anni il prossimo 20 luglio. Del musicista si sa tutto. E’ nei libri, nelle enciclopedie. Della sua musica a venire si discuterà ancora. Con una delle sue capriole sarcastiche fece cantare a Trottolino (Umberto d’Ambrosio), vecchio attore napoletano del varietà, ‘O vero Free era chill ‘e ‘na vota, featuring nel disco Swimming Pool Orchestra, dove la piscina era la vasca da bagno di casa. Nostalgia di un mondo futuro che non verrà e sberleffo a chi prendeva malamente il problema di una musica nuova. Mario l’ho visto per l’ultima volta giorni fa, sofferente, senza più la parola ormai da anni. Ci siamo capiti lo stesso. Tra noi bastava lo sguardo, che era rimasto ironico, allusivo.  Bisognerà non dimenticare una certa storia del jazz in Italia

 

Quelle notti al Folkstudio 

Fino alle 5 di mattina si stava seduti fuori, a scaldare le sedie del bar. Una donnetta in ciabatte, la sora Maria, dopo le due, desisteva dai rimproveri (eravamo non-consumatori professionali) e se ne andava a dormire. Noi, finché dalla porta socchiusa del Folkstudio veniva musica, si andava avanti. Ogni tanto, quasi a turno, qualcuno si alzava e andava dentro a suonare. Se n’è fatta di mitologia su quel locale, covo dei musicisti-perditempo, amanti dei suoni popolari (non pop). Ma era soprattutto una bottega misera, a pianta rettangolare stretta, in fondo alla quale, se il gruppo di musicisti era di più di 4, si stava talmente stretti da compromettere la qualità della performance. Però il piccolo spazio era di tutti e il tempo si viveva a tempo, con la verità in corpo.

Era la metà degli anni ’60. Prendevamo di petto il contesto con discrezione, seriamente. I nomi si sarebbero fatti dopo anni, anche molti. Allora bastava l’intesa, uno sguardo giusto per attaccare il pezzo. E di fuori, al fresco di via Garibaldi, non la si prendeva sul serio. Seri, si discorreva d’altro, approfondendo i caratteri. E si rideva molto, ci si sbellicava per piccole cose, allusioni, racconti inverosimili, sogni albeggianti. Ma protetti dal pericolo vitellonesco. Protetti dalla musica non in vendita. Orgogliosi e solitari. Per la malinconia c’era il blues, per la rabbia il blues.

Arrivato a Roma per lavoro, Mario Schiano s’era piazzato fisso al Folkstudio col suo sassofono. Gli feci compagnia e durò decenni. Portava da Napoli la musica del Sud e l’ironia di uno che alla vita ha dovuto chiedere più del troppo. Ci tuffammo, lui anche con tutto il suo corpo, in un’impresa nuova, sonora, non solo musicale. Di battuta in battuta, di ferocia in risata, si traduceva il jazz tradizionale in un suono più vicino, lo trascinavamo fuori dalla conventicola. I suoni incuriosirono, gente veniva a sentire e a discutere. Lasciavano a casa le collezioni e restavano naso all’insù, fuori e dentro dal Folk, un po’ seduti al bar e un po’ in piedi davanti all’improvvisazione free. Di giorno, poi, Mario mi faceva al telefono le imitazioni perfette di tutti. Un ammiccare continuo. Non eravamo mostri di tecnica. Cercavamo un modo nostro. Inventammo il Gruppo Romano Free Jazz.

 

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Il GRFJ al Folkstusio, 1967
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1969, il GRFJ improvvisa spalle allo schermo

 

Franco Pecori

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10 maggio 2008