La complessità del senso
20 11 2018

John Lennon era un primitivo?

musica-lennon.jpg  L’anima dei Beatles

Un orecchiabile rock: questa è la musica di John Lennon, primo dei Beatles. La “mente” del gruppo più famoso degli anni Sessanta seppe non esagerare in intelligenza, riuscì nella difficile impresa di mantenere dolce l’espressione, anche quando i livelli di consumo erano ormai giunti a diffondere la sua musica nel mondo industrializzato in quantità strabiliante. Un grande rispetto per il prodotto finito, per le leggi di mercato, che danno il premio più alto a chi sa calcolare meglio le medie.

Poi, dall’incontro con la nippo-americana Yoko Ono, l’agitazione dell'”avanguardia”, il contatto destabilizzante con i radicalismi newyorkesi: “Unfinished Music”, elettronica, concreta, “free” e tutto il resto, anche filmetti brevi e astratti, come “Apoteosi”, presentato a Cannes. Ma non è stata più una confezione riuscita. Piuttosto, patetico inseguimento del mito “privato” della naturalezza dell’ispirazione e dell’espressione; piuttosto, l’esibizione programmatica di una fantasia che si realizza nel nido, divisa e unita nella coppia felice: “Double Fantasy”. Niente più di decisivo, se non parole: «Parlo ai ragazzi e alle ragazze che hanno passato quello che noi abbiamo passato…»; oppure: “Give Peace a Chance”.

Ma Lennon era Beatle. Il fatto che sia morto da divo con dieci anni di ritardo rispetto ai vecchi trionfi proietta sulla sua musica un’impronta troppo esplicitamente e riduttivamente sociologica, che è giusto attenuare. Sul portato extramusicale della beatlemania, alba inconscia dei movimenti a venire, scintilla surreale di inquietudini più coinvolgenti, è stato detto abbastanza. C’è invece una ragione interna, che va sottolineata; una ragione dai caratteri complessi e dai contorni sfumati e tuttavia chiara alla radice: «Sono un primitivo», ripeteva Lennon. «Nei primi tempi – ricordava – ci chiedevano in continuazione, a me e a Paul, se ci andasse l’idea di imparare la musica. E la risposta era no, perché il nostro stile sarebbe sicuramente naufragato».

Quando, parlando dei Beatles (e di Lennon che ne fu l’anima), si mettono insieme i vari ingredienti, il rock anni ’50, il blues, la folk music, la canzone pop americana, la tradizione colta settecentesca, le armonie indiane, si deve tener conto che una certa sintesi, che pure è la più incisiva caratteristica della loro musica, è compagna di viaggio che segue passo passo i percorsi della pratica, senza nulla concedere ai progetti teorici. E’ figlia d’un rapporto manuale con la materia, un rapporto che blocca il discorso a livello di “sound”, imponendo all’universo dei suoni di restare alla dimensione sensitiva. Nodo musicale per eccellenza, entro cui le canzoni di Lennon (e McCartney), da “Love me do” e “She loves you” a “Yesterday” e “Michelle”, a “Yellow Submarine”, a “Sgt. Pepper’s”, a “Lucy in the Sky with Diamonds”, ecc., si trovano avviluppate; ed accettano questi loro limiti costituzionali con ironia, arrendendosi ogni volta morbidamente per durare più a lungo. Quattro mesi in uno studio di registrazione, costo 25 mila sterline (nel ’67), per fare “Sgt. Pepper’s”, non sono uno scherzo.


Franco Pecori, John Lennon era un primitivo? Rinascita, 19 dicembre 1980


 

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19 dicembre 1980