La complessità del senso
13 11 2018

Jazz: Mengelberg, Bennink, Brotzmann improvvisatori

 

Produrre musica originale per la radio, in modo vivo, con performances dirette, alla presenza del pubblico e con formule revitalizzanti anche per gli orchestrali Rai, così spesso lasciati ammuffire dietro la facciata di sussiegosi rispetti. Ecco un primo obbiettivo realizzato da Uncerto discorso musica, la trasmissione del Terzo di cui abbiamo già avuto occasione di parlare. Il tema “Creatività e improvvisazione” ha preso corpo in cinque concerti (resta da fare quello con John Tchicai), inseriti nella stagione del Foro Italico. Sul filo di un fare musica come in laboratorio, alcuni tra i puù rappresentativi esponenti del campo “creativo” si sono cimentati in un lavoro fuori dagli schemi usuali, svolgendo temi provocatori, come quello degli “animali”, o l’altro: Chi ha paura di Thelonious Monk, e arrivando alla “composizione istantanea con il trio del pianista Misha Mengelberg, del percussionista (anche sassofonista e trombonista) Han Bennink (entrambi olandesi) e del sassofonista e clarinettista tedesco Peter Brotzmann.

I due olandesi hanno confermato di essere i migliori musicisti europei nell’improvvisazione “creativa”. Venuti in Italia nel ’77 (festival di Lovere) e poi tornati nel ’78 (al “St. Louis” di Roma, a Cremona, Imola, Napoli), erano ricomparsi nel febbraio scorso al “Murales”. Ogni volta (spesso con Schiano, che sembra essere il loro partner congeniale, come dimostra l’album “A European Proposal) lo stesso flusso inarrestabile di idee, sensazioni, azioni, composizioni. Non creazioni assolute e neppure citazioni arzigogolate a tavolino, né avanguardismi confezionati per chi ha sete di “novità”: tutta la musica di Mengerlberg e Bennink viene, per così dire, dalla musica e rientra nella musica attraverso la tensione swing e il sentimento della tradizione. Abbiamo visto i due uscire e rientrare dalle porte laterali dell’auditorio, portare dentro il caffè e l’acqua e fuori le note del sax in giro per i corridoi, ma non per fare “teatro” né per proporre banali simbologie: per muoversi meglio, piuttosto, cogliendo dalla tradizione jazzistica la lezione del suonare per vivere e del vivere suonando, senza dissociazioni estetiche. Ecco perché parliamo di swing: lo swing non è solo in 4/4 e si può suonare nella tradizione anche facendo compiosizioni “istantanee”; anzi, proprio questa istantaneità ci riconduce al carattere originario, popolare, della musica jazz: la trasmissione orale dell’esperienza, specialmente il blues. Dov’erano lunedì sera gli appassionati del tradizionale? Abbiamo pensato a loro mentre Bennink suonava il trombone e con il piede batteva la cassa e mentre faceva scorrere le bacchette su quella specie di ringhiera che delimita il coro, ottenendo qualcosa di simile ad un “washboard creativo”.


Franco Pecori Jazz creativo per due olandesi Paese Sera, 13 giugno 1979


 

Print Friendly

13 giugno 1979