La complessità del senso
24 06 2024

Gruppo Romano Free Jazz

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Mario Schiano Gianfranco Schiaffini Franco Pecori Marcello Melis.
Gruppo Romano Free Jazz -Roma, Folk Studio 1966

Il pezzo che adesso produrremo s’intitola Tendenziale n.6. Significa, intanto, che il pezzo fa parte di una serie: non prestabilita e chiusa, ma aperta e progressiva; una serie che cresce col crescere dei nostri concerti.

La musica del Gruppo Romano Free Jazz è completamente improvvisata, libera da accordi prestabiliti, sia a livello tematico, sia armonico, sia ritmico. Non esistono strumenti solisti né di accompagnamento. Tutti suonano sullo stesso piano.

Dall’improvvisazione così concepita risulterà un’ipotesi operativa, caratterizzata da una certa simpatia tra moduli espressivi; simpatia dovuta anche all’intersecarsi delle nostre particolari storie di uomini. Da tali fasce modulari si attuano, per analogia o per contrasto, prospettive sonore sempre diverse.

Utilizziamo il termine free anche come confronto con la tradizione musicale fondata sul concetto classico di armonia. Non perché pensiamo che nel campo della ricerca armonica tutto sia stato detto; ma perché non condividiamo un certo mondo delle “certezze”, fondato più che altro sulle abitudini.

All’orecchio assuefatto ad un ascolto pigro, abitudinario, la nostra musica potrà dare l’impressione del “disordine” gratuito. Ma il confronto è proprio con quella che può sembrare un’altra arbitrarietà, dell’Opera d’Arte “eterna”, “universale”, “intangibile”.

In quanto italiani, abbiamo scelto il jazz ben sapendo che si tratta di una musica importata. L’adesione, ideale, ad un piano espressivo così lontano dalla nostra tradizione dipende anche dal giudizio su certi fenomeni storici. Il jazzista di oggi, che intende proporre la propria cultura come tale, suona una musica rivelatrice di situazioni che tutti dobbiamo conoscere. Anche noi, bianchi, europei, italiani.


Vedette VPA 8342 

Questo disco riproduce il solo nastro, registrato senza intenzioni professionali, che possa documentare il primo periodo del Gruppo Romano Free Jazz, il complesso nato nella primavera 1966 come trio e divenuto presto quartetto, con l’arrivo di Giancarlo Schiaffini. Quest’organico restò fino all’autunno ’67 ed era l’unico che in quel momento in Italia suonasse sistematicamente “free”. Nell’anno successivo, il Gruppo si aprirà ad esperimenti con musicisti di diverse tendenze, per poi tornare, nel ’69 sotto forma di trio (con Bruno Tommaso al basso), alle prime intenzioni: improvvisazione libera da schemi prestabiliti. Melis, intanto, aveva preso il volo per l’America e Schiaffini cercava soluzioni nell’ambito “colto”.

A distanza di dieci anni, vale la pena di riascoltare questa musica che suscitò lo sdegno dei tradizionalisti nostrani, “appassionati” degli anni ’50 e ’40, un po’ goliardi e un po’ gelosi del privilegio di passare per intenditori; gente che non ne voleva sapere del “free jazz” di Coleman (1960!) e degli altri venuti dopo, decisi ad affermare l’autonomia di una cultura troppo a lungo sottomessa ed emarginata. Certo in Italia non era questione di negri; era però questione di sicurezze, di strade maestre, di decori e buone maniere da mettere in discussione, di passive adesioni e imitazioni da sottrarre al dominio pacificante del senso comune.

Il passaggio per Roma di musicisti come Don Cherry e Steve Lacy e poi di Paul Bley e di Gato Barbieri fece tornare a galla il vecchio ritornello, subìto anche da Parker agli inizi del “bop”: non è vero jazz! In tal senso, possiamo dire che il Folkstudio e il Beat 72 – i locali dove si poteva incontrare l’avanguardia americana e dove il Gruppo Romano Free Jazz suonava più spesso – furono, per il jazz italiano della seconda metà degli anni ’60, qualcosa di simile a ciò che il Minton’s era stato per l’evoluzione del jazz americano.

I vecchi argomenti di Panassié (il mito dell’autenticità nera sbandierato da un bianco conservatore) non erano trasferibili di peso a Trastevere; e allora si ricorse al giudizio “estetico”, riprendendo certe inadeguate obbiezioni, già rivolte ad altri settori dell’arte informale: fruizione difficile, impossibilità di distinguere il “bello” dal “brutto”, a causa della mancanza di un parametro sicuro. In realtà, ciò che veniva a mancare non era il metro, ma un certo metro di giudizio, dato che non si poteva più fare la classifica dei “solo”, né si poteva degustare lo “swing” attraverso cadenze regolari, né si poteva esercitare la propria competenza “riconoscendo” gli attacchi dei pezzi più famosi. La critica italiana, tradizionalmente avara di concessioni verso i jazzisti del “sì”, divenne tutto d’un tratto paladina della vecchia generazioni di imitatori. Di fronte a chi sembrava burlarsi del “pubblico”, il più grigio strumentista di sezione apparve come un professionista di tutto rispetto, in grado, almeno, di garantire la buona riuscita dei concerti.

Il Gruppo Romano Free Jazz fece a meno delle menti pure di chi, oltre il “bop” (ora Parker era il baluardo della classicità!), non vedeva futuro; e si rivolse a quelli che di lì a poco sarebbwero stati protagonisti di nuovi fermenti e gi à da allora si sentivano disponibili ad una diversa esperienza culturale e politica. Ad ascoltare il Gruppo c’era gente mai vista ai concerti, studenti, giovani lavoratori attirati anche, si può ben dire, dalle grandi capacità organizzative di Mario Schiano (per vari anni, tutti i concerti romani sono dovuti a lui).

Si suonava e si discuteva, prima e dopo, ben al di là del rituale concertistico; la musica jazz non era più un oggetto misterioso, ma si offriva per un aggancio più diretto con i problemi reali, con le sigenze di maturazione e di partecipazione non iniziaatica, non esclusivista, non selettiva e aristocratica. Il jazz riacquistava, anche in Italia, la giusta consistenza socio-antropologica. Certo, a distanza dal contesto americano e certo nella piena consapevolezza delle differenze e delle diversità; tuttavia nella prospettiva di un recupero dei valoro culturali maggiormente operanti – e non propriamente emergenti – nei gruppi e negli strati sociali più soggetti all’affarismo culturale. Si capiusce, dunque, che la forma “free” fosse interpretata come un affronto da chi era abituato a presumere una superiorità “culturale”, coperto dal consenso silenzioso di quelli che di talke “superiorità” godevano solo i frutti.

Oggi dicono che il “Free” sia morto. Non ce ne dispiace, se ad essere finito è il genere free: ancora un genere, nato da certi interessi, sulla pelle della ricarca e della libertà d’espressione. Ma non è morta la gtensione verso nuove forme comunicative; se mai, i musicisti delle successive generazioni – giù due: ci sentiamo nonni! – hanno potuto prendere maggiore coscienza dei problemi extramusicali che la musica sottende. Per questo, i componenti del Gruppo Romano Free Jazz possono guardare all’esperienza di dieci anni fà senza nostalgia. Del resto, quella stessa musica, nuova per il metodo, diversa per la crifra complessiva del suono, esprimeva, relativamente alla libertà del linguaggio, un’intenzione costruttiva che si coglie ancora oggi secondo un’evidenza, ci sembra, tutt’altro che attenuata.


Franco Pecori
Prima del concerto: Tendenziale n.6, Folkstudio, Roma 6.11.1966
Retrocopertina LP Gruppo Romano Free Jazz 1966-67 – Vedette VPA 8342, 1977


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1 Gennaio 2024