Jazz: caldo o freddo?
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| Original Dixieland Jazz Band |
| Non è questione di stile “Caldo” o “freddo”, vale la sostanza espressiva |
| Caldo o freddo? Per il jazz, Hot o Cool non è problema di stile ma di sostanza. Il jazz nasce “caldo”. Negli anni ’20 i complessi più rappresentativi sono gli Hot Five e Hot Seven di Armstrong e gli Hot Peppers di Morton. “Hot” vuol dire caldo, appassionato e ardente, nel senso espressivo. Il Blues – radice primaria del jazz – è canto di sentimenti. Le improvvisazioni afro-americane dei primi periodi sono vibranti e appassionate. Lo slancio si attenua col passaggio al professionismo. I sentimenti diventano confezione. L’espressione si sbilancia in esecuzione. L’esecuzione in copia. |
| Il primo freddo viene dal Dixie E’ il “Dixieland Revival” il primo jazz “freddo” |
| L’imitazione produce il genere. Il jazz commerciale, da ballo, è ripetitivo e viene trasgredito dai musicisti neri. Il Bebop è “Hot”. “Freddo” è invece il Dixieland Revival. Col Dixieland i bianchi negano il Bop: incomprensibile, intellettuale, freddo. E pretendono di indicare la strada per il ritorno al “vero jazz”, all’Hot-jazz delle origini e della tradizione. Ma il Dixieland è copia, non può essere caldo. Un esempio per sentire la differenza. Sunset Cafe Stomp nelle due versioni: 1926, Hot Five e 1946, Yerba Buena Jazz Band. |
| Calma, ragazzi: siamo neri L’importanza del Cool-jazz come continuazione del Bop |
| Il Cool non va senz’altro confuso col jazz “freddo”. “Cool”, nella tradizione afro-americana, indica un’istanza di riscatto sociale e culturale rispetto ai bianchi. La parola significa fresco, calmo, prima che indifferente, freddo. E indica comunque il cosciente distacco dei neri dalla cultura dominante. Il Cool, quindi, continua il discorso del Bop, allargandone la sfera d’azione attraverso forme meno cifrate, e senza attenuarne il feeling; accentuandone anzi la carica progettuale. Basti pensare all’importanza di Miles Davis, massimo esponente del Cool nel senso…”caldo”. |
| Lontano dal jazz Il lato freddo della strada, là dove “cool” non è jazz |
| Il versante “freddo” del Cool si trova, ante-litteram, nella tromba “tedesca” di Bix Beiderbecke (1903-’31). Poi, in modo aggressivo, emerge, contrapposto sia al Bop che al Cool di Miles Davis, il “Progressivo” di Boyd Raeburn – le cui vaghe pretese stravinskiane vanno con la presuntuosa “Artistry” di Stan Kenton nello smaccato tentativo di una verniciatura artistica della tradizione del jazz. Freddo, sebbene non tracotante, il jazz di Lee Konitz, Shorty Rogers, Jimmy Giuffre, mentre Lennie Tristano a New York e Gerry Mulligan nella West Coast sono da considerarsi lineari più che “freddi”, vicini al Cool, sia pure in modo soft. |
| Il freddo del caldo e viceversa Il diverso nell’uguale è una regola del jazz |
| L’importante è sapere che, al di là di una distinzione netta Hot-Cool, in ogni pezzo di jazz “caldo” è individuabile una componente “fredda” e viceversa. Nell’orchestra di Count Basie v’è il sax di Lester Young da molti ritenuto anticipatore sommo del Cool. E i pezzi di Duke Ellington sono una continua fusione di tradizione Blues e sublime invenzione, nel senso profondamente culturale. D’altro canto, restando alle big-band, i quattro sax di Woody Herman (Getz, Sims, Steward, Chaloff) generano nel ’47 il suono “cool” mentre ancora usano il “riff” che andrebbe bene a Basie. |
| La calda disciplina del MJQ La grande lezione del MJQ, disciplina e non freddezza |
| Un capitolo a parte merita il Modern Jazz Quartet di John Lewis, complesso nato nel ’53 e spesso equivocato, per una disciplina che non era “freddezza”. Lewis era con Parker nelle incisioni che testimoniarono la nascita del Bop. E di Lewis è il merito di aver fatto aprire le porte dell’etichetta Atlantic ad Ornette Coleman per l’incisione di Free Jazz (1960), momento decisivo anche questo nel cammino della musica afro-americana. John Lewis, maestro dell’arrangiamento “colto” nel jazz, ha più volte detto: «Il jazz è unico per l’improvvisazione collettiva, dalle origini al Free». |
| Alla maniera delle radici Il calore dell’ ”Hard-Bop” è freddato dalla maniera |
| Scriveva Leroi Jones nel 1963: «Sono convinto che Ornitology, un be-bop molto popolare degli anni Quaranta, non potrebbe servire alle danze di raccolta del cotone, ma non è che i giovani neri che facevano quella musica avessero voglia di andare a raccogliere cotone». Dopo il Cool, un malinteso senso della tradizione spinge alla ricerca delle radici. E’ una gara a chi sia più duro – “hard” – nel tornare indietro, nel cercare sicurezza nel Gospel del nonno. Il messaggio dei Jazz Messengers piega verso la musica di consumo. |
| Cultura e improvvisazione La cultura del Blues e l’improvvisazione libera |
| Il fenomeno Sonny Rollins non fa storia. E’ invece istruttivo il percorso di John Coltrane il quale, giunto ai vertici dell’Hard-Bop, apre il proprio strumentismo ad espressività più libere che sfoceranno nel “Free”. E’ il verso “caldo” dell’Hard. E anche il Free Jazz ossia la forma più incandescente nella ricerca informale di libertà improvvisativa, scaturisce dalla profonda connessione di due linee di tendenza “fredde” (ma considerate nel loro verso “caldo”): Miles Davis e John Lewis, il Cool che si apre al modale e si fa melodico e il Blues che si fa “cultura”. In questo senso, il Free è autenticamente tradizionale. Caldo. |
| Modern Jazz Quartet |
Caldo o freddo? Aggiungere a piacere…
| freddo | caldo | |
| ODJB (Dixieland) | King Oliver | |
| Bix Beiderbecke | Louis Armstrong | |
| Lester Young | Charlie Parker | |
| Stan Kenton | Woody Herman | |
| Lee Konitz | Jerry Mulligan | |
| Dave Brubeck | John Lewis | |
| Jazz Messengers | Sonny Rolins | |
| Anthony Braxton | Ornette Coleman | |
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Franco Pecori Jazz caldo o freddo? Rai Televideo, 20 marzo 1994
21 Marzo 1994

