La complessità del senso
18 11 2018

Kant, Il genio e il gusto

 

 

 

Per giudicare gli oggetti belli in quanto tali è richiesto gusto, ma per l’arte bella in sé, cioè per la produzione di tali oggetti, è richiesto genio.

Se si considera il genio come un talento per l’arte bella (ciò che il significato proprio della parola comporta), e in questo senso lo si vuole scomporre nelle facoltà che debbono concorrere a costituire un tale talento, è innanzi tutto necessario determinare esattamente la distinzione tra bellezza naturale, il cui giudizio richiede solo gusto, e la bellezza d’arte, la cui possibilità (di cui pure si deve tener conto nel giudizio di un tale oggetto) richiede genio.

Una bellezza naturale è una cosa bella; la bellezza dell’arte è una bella rappresentazione di una cosa.

Per giudicare una bellezza naturale in quanto tale, non ho bisogno di avere in anticipo un concetto di che cosa l’oggetto deve essere, cioè non ho bisogno di conoscerne la conformità materiale a scopi (lo scopo), ma la sua semplice forma senza conoscenza dello scopo piace nel giudizio per se stessa. Ma, se l’oggetto è dato come un prodotto dell’arte e in quanto tale deve essere dichiarato bello, allora deve essere posto a suo fondamento innanzi tutto un concetto di ciò che la cosa deve essere, dato che l’arte presuppone sempre uno scopo nella causa (e nella causalità di questa); e, poiché l’armonizzarsi del molteplice in una cosa per una sua interna determinazione in quanto scopo è la perfezione della cosa, allora nel giudizio sulla bellezza d’arte dovrà essere messa in conto nello stesso tempo la perfezione della cosa, che non è affatto in questione nel giudizio su una bellezza naturale (in quanto tale). – Certo, nel giudicare gli oggetti della natura, viventi in particolare, per esempio un uomo o un cavallo, viene presa in considerazione di solito, per giudicare della loro bellezza, anche la conformità oggettiva a scopi; ma allora anche il giudizio non è più puramente estetico, cioè un semplice giudizio di gusto. La natura viene non più giudicata in quanto appare come arte, ma in quanto è realmente arte (sebbene sovrumana); e il giudizio teleologico serve al giudizio estetico da base e condizione, di cui questo deve tener conto. Infatti in un tal caso, se per esempio si dice: “questa è una bella donna”, non si pensa nient’altro che questo: che nella sua figura la natura rappresenta bellamente gli scopi presenti nella struttura di un corpo femminile; e infatti si deve anche guardare, al di là della semplice forma, a un concetto, per cui l’oggetto viene pensato in tal modo mediante un giudizio estetico logicamente condizionato.

L’arte bella mostra la sua superiorità nel fatto appunto che essa descrive bellamente cose che in natura sarebbero brutte o spiacenti. Le furie, le malattie, le devastazioni della guerra, e simili cose, in quanto calamità, possono essere descritte, e addirittura rappresentate nei dipinti, assai bellamente; solo una specie di bruttezza non può essere rappresentata conformemente alla natura senza distruggere ogni compiacimento estetico e quindi la bellezza d’arte, e cioè quella che suscita disgusto. Infatti, poiché nel caso di questa strana sensazione, che si basa su nient’altro che ubbie, l’oggetto viene rappresentato, per così dire, come se si imponesse al godimento, e ad esso però ci opponiamo con violenza, allora la rappresentazione artistica dell’oggetto non è più distinta nella nostra sensazione dalla natura di questo stesso oggetto ed è impossibile quindi che possa essere ritenuta bella. Così la scultura, poiché nei suoi prodotti l’arte viene quasi scambiata con la natura, ha bandito nelle sue raffigurazioni la rappresentazione immediata di oggetti brutti e perciò consente di rappresentarli, per esempio la morte (in un bel genio), lo spirito guerresco (in Marte), mediante un’allegoria o mediante attributi, che hanno aspetto piacente, e di conseguenza di rappresentarli solo indirettamente per mezzo di un’interpretazione della ragione, e non per la facoltà semplicemente estetica di giudizio.

E tanto basti per la bella rappresentazione di un oggetto, che è propriamente solo la forma dell’esibizione di un concetto mediante la quale questo viene comunicato universalmente. – Ma per dare questa forma al prodotto dell’arte bella è richiesto semplicemente il gusto, al quale l’artista, dopo averlo esercitato e rettificato attraverso vari esempi dell’arte o della natura, si attiene nella sua opera e, dopo molti e spesso faticosi tentativi di soddisfarlo, trova quella forma che appaghi il gusto; questa forma perciò non è, per così dire, affare di ispirazione o di un libero slancio delle facoltà dell’animo ed è piuttosto un lungo e addirittura penoso lavoro di aggiustamento, perché essa possa risultare adeguata al pensiero e tuttavia non dannosa alla libertà del gioco delle facoltà.

Il gusto però è semplicemente una facoltà del giudicare, non una facoltà produttiva; e ciò che gli è conforme non è appunto, per ciò stesso, un’opera d’arte bella: può essere un prodotto, appartenente all’arte utile e meccanica o addirittura alla scienza, secondo regole determinate che possono essere apprese e debbono essere seguite esattamente. Ma la forma che gli si dà e che piace è solo il veicolo della comunicazione e, per così dire, una maniera di presentarlo, in rapporto alla quale si resta ancora in una certa misura liberi, anche se per il resto si è tenuti a uno scopo determinato. Così si richiede che un servizio da tavola o anche un trattato morale, perfino una predica, debbano avere in sé questa forma dell’arte bella, senza che però sembri ricercata, ma non perciò si diranno opere d’arte bella. Tra queste ultime si annovera piuttosto una poesia, una musica, una galleria di quadri, e simili; e qui, in un’opera che dovrebbe essere un’opera d’arte bella, si può spesso scorgere genio senza gusto e, in un’altra, gusto senza genio.


Immanuel Kant, Del rapporto del genio con il gusto, in Critica della facoltà di giudizio, Analitica della facoltà estetica di giudizio, § 48. A cura di Emilio Garroni e Hansmichael Hohenegger, Torino, Einaudi, 1999.


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4 febbraio 2009