La complessità del senso
17 12 2017

Realismo nemico

filosofia_realismo Realismo nemico non vuol dire che si voglia semplicemente fantasticare, o che si pensi, scrivendo o con altri mezzi espressivi, di poter evitare una referenzialità. Mi accorgo di aver studiato e lavorato per mezzo secolo (1966-2016) nel medesimo ambito problematico e di aver trovato sulla strada – poesia, cinema, musica, estetica – un nemico da combattere: l’illusione, quando si tratti di essere creativi – non dico geni e non escludo l’arte sublime, ma penso anche ai minimi gesti quotidiani -, l’illusione di realtà, generata dal non fare caso alla distanza tra cosa e segno. Qualsiasi segno e qualsiasi cosa. Una pietra, un albero, un’automobile, una bibita, una stella, gli occhi di una ragazza, l’infinito.. Coglierò la realtà, la catturerò facendo a meno del linguaggio, di un linguaggio. La farò mia così com’è, mi farà suo come sono. Mi viene in mente il Paradiso Terrestre. Bella cosa, ma ne sto parlando.

È per via semiotica che s’individua e si precisa il problema estetico (αἴσθησις, sensazione) ad ogni punto del linguaggio nel nostro essere storico, nell’operare in relazione ad oggetti – cose oggettuali, materiali o astratte, di cui ci occupiamo, che nominiamo e definiamo. La semiotica (σημεῖον, segno) studia i segni, la ragione e il modo secondo cui essi acquistano un senso.

Nei diversi linguaggi, prima delle figure, parametri importanti sono il pieno e il vuoto, una presenza e un’assenza: l’intervallo/nota nella musica, la durata nell’inquadratura cinematografica. E così via, nel testo scritto la punteggiatura, la pennellata nella pittura, il tratto nel disegno. Si può pensare di inventarsene altri. Come sia, il concetto è valido già nel senso generale di artificiale, di non naturale, da riferire anche all’arte prima ancora di affrontare la discriminante dell’intenzionalità dell’opera e della circostanza cui essa è riferibile.

Con la diffusione di massa delle nuove tecnologie elettroniche, si è parlato molto del Virtuale. Il discorso non è diverso in quanto virtualità, cioè per una ipotizzabile diversità nella referenzialilà del linguaggio. È comunque il fattore presenza, relativo alla fruizione, a essere operante in ogni forma dell’espressione. La presenza avrà una sua qualità non intrinseca – quale origine? – e non esclusiva, ma al contrario, relativa a una presenza altra, nostra o di altri. La virtualità del contesto è indispensabile al testo in quanto oggetto leggibile, interpretabile.

È questo il quadro che rende possibile e richiede il punto di vista, dell’autore e dell’interpretante. Esplicito o in qualche misura implicito, il punto di vista è imprescindibile nella comunicazione. E il Tutto? Non può che essere convenzionale. Nel cinema o nel video, il Totale è relativo al quadro, come già nella pittura e nella fotografia. Risalire fino ai graffiti rupestri d’epoca primordiale sarebbe un esercizio inutile quanto ridondante. Resta storico e costitutivo il problema della comunicazione e del suo realismo illusorio, resta l’illusione che un realismo attenui o addirittura annulli la distanza tra linguaggio e realtà. Distanza che non può voler dire altro se non legame e dunque differenza.

Nel cinema, cade l’idea di Documentario come forma avente in sé, grazie a un inipotizzabile azzeramento della semiosi, una maggiore obbiettività. Un film, o qualsiasi video, necessariamente scaturiti da un montaggio di inquadrature, non potranno non offrire un senso, una tendenza e quindi una interpretabilità. Punto di vista e senso rendono significativi i significati. Senza l’intenzionalità (semiotica), un accumulo o una somma di significati, darebbe un diverso senso del testo.

Nella dialettica di presenza e assenza, lungo i due assi verticale (scelta) e orizzontale (combinazione) del linguaggio, si sviluppano sì forme di imitazione, per una comodità attrattiva che ridefinisce in un “realismo” gli esiti espressivi. Ma al dunque, il risultato è una fusione di “creatività” fondata sulla copia o quasi-copia, o quasi-riutilizzo di materiali. Quasi, dato che né il Tutto né il Totale possono cercarsi nella Realtà. È in tal senso che, se un realismo trovasse una legittimazione, non sarebbe per una riduzione di distanza tra linguaggio e realtà bensì per la collezione copiativa e tramandata nella catena delle interpretazioni.

Troppo spesso, frutti del sistema dei mass media, banalità e stereotipi – poco informativi quanto più probabile il loro significato – vengono proposti come testi di valore culturale in quanto realistici. Basti pensare alla complessità che si nasconde nella formula “Tratto da uno storia vera”. Certo, una volta stabilite la pertinenza e la circostanza del punto di vista, tutte le storie possono essere vere e andranno a far parte di un filo paradossale, lungo un tracciato sintetizzabile in: riproducibilità, conformismo, genere, manierismo.

Il dire e il già detto. La chiave di sviluppo della concatenazione possiamo chiamarla riconoscibilità. La sua funzione è vitale per la sopravvivenza del linguaggio e, insieme, sterminatrice potenziale di novità/qualità. Sprofondata nell’imbarazzo teoretico, la critica si è spesso limitata a formule di giudizio metaforiche (nel senso di evasive), o si è affidata al trascorrere del tempo, recuperando a posteriori il valore “eterno” di alcune esemplarità. Fuori dall’arte, altri realismi sono intervenuti nei secoli a tracciare diversi destini. Mai però fuori dal linguaggio.

Momenti di spiccata difficoltà di giudizio sono intervenuti quando gli artisti hanno adottato esplicitamente metodi d’improvvisazione, o anche quando si è trattato di scegliere materiali d’uso o nuove forme d’uso di materiali usuali. Inutile citare i passaggi d’epoca, non solo nell’arte. Vale il pericolo centrale di confondere il concetto di improvvisazione con quello di immediatezza.

La componente improvvisativa è parte essenziale del fare, arte o non arte, che si tratti dell’esecuzione di una forma esplicitamente pre-scritta – lo spartito nella musica, la sceneggiatura nel cinema, la scansione dei versi in poesia e qualsiasi altra pre-disposizione, in forma di memoria o prescrittiva, anche nell’artigianato o nella progettualità industriale – oppure che l’artista o l’operatore si trovi davanti a un campo aperto, una pagina bianca. L’improvvisazione sarà comunque un modo di dire, una convenzione entro la quale il bagaglio culturale, del soggetto, della radice, della situazione, funzionerà da referente propulsivo di forma e di sostanza, del contenuto e dell’espressione.

L’immediatezza nel linguaggio e più generalmente nell’operare non esiste. Esiste invece il pericolo di una solitudine, di una sensazione inversa alle illusioni realistiche, partecipi di strategie difensive sistematiche e in ultima istanza non efficaci. La copia non fa compagnia. Ben altro senso di partecipazione può venire dalla scelta del ricercare (μέϑοδος), del proseguire per la via socratica fino a Kant, continuando a farsi domande sulla facoltà di Giudizio, una via impossibile da non condividere, non per tattica bensì, almeno, per necessità strategica.

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Se il Realismo fosse una persona sarebbe un persecutore. Nemico mio, ché cerco di comprendere e di proseguire. Per dire, già la scenetta di Albertone Sordi con moglie in visita alla Biennale d’arte (Le vacanze intelligenti, episodio di Dove vai in vacanza? 1978) non mi ha divertito. Mi succede anche di entrare in un negozio di abbigliamento per comprare una cravatta. Vengo accolto da un “Salve” che proprio non mi piace. Rispondo: “Buongiorno (e già basterebbe), vorrei scegliere una cravatta”. E il commesso, con aria decisa: “Le posso mostrare tutte le tipologie”. Esco sconsolato. Lo scarto inconsapevole tra tipo e tipologia è una delle ragioni profonde di quella scenetta, della moglie del fruttivendolo romano (la brava Anna Longhi) affossata nell’equivoco dell’oggetto d’arte – si siede per riposare e viene scambiata per un’opera acquistabile.

Nell’arte contemporanea vi è un momento in cui la relazione tra senso referenziale dell’oggetto e senso del segno si estende in un rapporto nuovo, intenzionalmente sganciato dallo standard degli strumenti espressivi segnati dalla storia. E, guarda un po’, lì sì che sarebbe giustificata una trasmigrazione a tipologia. Ma un secolo fa le cravatte si vendevano ancora alla vecchia maniera.

L’equivoco di una incomprensibilità dell’arte contemporanea è molto diffuso, quasi che la Madonna col Bambino di Piero della Francesca fosse meno astratta e più comprensibile dell’action panting espressionista di Jackson Pollock. Quasi che, per ragionare in analogia e verso maggior (apparente) concretezza, un mattone, un “foratino” da costruzione edile si trovasse in natura e non fosse invece un oggetto, esito di una progettualità alla quale debba raccordarsi il progetto anche dell’ architetto.

Una scena memorabile è la prova che un famoso violinista americano, Joshua Bell, decise di fare, quando (2007) si piazzò, come fosse un musicista di strada, in una stazione sotterranea della metropolitana di Washington, a suonare col suo Stradivari del 1713 celebri pezzi del repertorio classico, tra cui, di Johann Sebastian Bach, la Ciaccona dalla Partita n. 2 in Re Minore. L’indifferenza generale, registrata da una squadra del Washington Post, implica soprattutto il problema della riconoscibilità del valore (estetico in questo caso). Il musicista ebbe la prova dell’importanza di un’adeguata correlabilità di circostanza e pertinenza. I due parametri erano chiamati a un rapporto inusuale, irrealistico, non somigliante al “vero”. E trionfò l’inimicizia del paradosso contro un realismo quasi-impossibile.

Franco Pecori

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9 luglio 2017