La complessità del senso
17 11 2018

Tv 1979, Tribune politiche e Varietà

Le Tribune politiche per le elezioni del 3 giugno non inchiodano certo alla poltrona, non mozzano il fiato del telespettatore. Se continua così, andranno a fare compagnia, in fondo alla classifica dell’ascolto, al veglione di Capodanno. Va bene. Tuttavia, un certo modo di insistere sulla noia delle trasmissioni elettorali – fanno dormire, sono melense e povere di fantasia – appare forzato e artificioso. Certo, anche un discorso elettorale si può organizzare in tanti modi e c’è chi riesce a farlo meglio di altri, per esempio alcune tv private. Ma decideremo di cambiare il nostro voto perché il tale partito non è riuscito, gestendo i suoi dieci minuti in tv, a presentarci un’immagine di sé abbastanza spettacolare?

Con l’inserimento nell’etere di altre emissioni oltre quelle della tv di viale Mazzini cade, per così dire, alla Televisione la maiuscola. Una volta, lo spettatore era portato a individuare nel piccolo schermo un luogo obbiettivo di rappresentazione del reale. Si diceva: l’ha detto la Televisione! Ora la televisione si trova a dover fare i conti col suo pubblico generico mentre le tv locali possono riferirsi a settori di spettatori più determinabili. D’altra parte si sa che, per paradosso, il consumo di massa, anche e specialmente il consumo delle immagini, si nutre di esclusione più che di partecipazione. Esclusione, prima di tutto, dalla consapevolezza della pratica significante, delle regole di costruzione del messaggio.

Forzati dall’abitudine e intorpiditi dalla noia, si fa presto a proiettare mentalmente il modello dell’inchiesta sullo sceneggiato, dello sceneggiato sul telegionale e via dicendo. Caduta l’esclusività, rimane il confronto a livello “spettacolare” e l’assuefazione detta legge: se non vedo gli indiani attaccare la diligenza, non mi diverto! Se non vedo la camera a mano che fa tanto verità, non ci credo! Ma è giusto pretendere da un politico che sia divertente? Il problema è di non mettere le “Tribune” in competizione con gli “spettacoli”. La noia è prima di tutto nebbia.

 


Franco Pecori, Si può chiedere al politico di divertirci? in Paese Sera, 19 maggio 1979


 

IL NON-STOP TELEVISIVO SUI RISULTATI DELLE ELEZIONI POLITICHE

Il discorso politico non dovrebbe necessariamente sottostare alle leggi della comunicazione consumo, le quali sono essenzialmente pubblicitarie, di mercato: mentre la politica – per definizione – è volta al cambiamento delle cose, la pubblicità tende alla conservazione dei valori, anche dei valori del “cambiamento”.

Giovanni Cesareo, su Rinascita del 1 giugno, notava giustamente che in certe trasmissioni “i contenuti del ‘messaggio’ si ritraggono sempre più sul fondo e finiscono per subire un processo di omogeneizzazione”. Ecco la parola giusta: l’omogeneizzazione dei modelli di rappresentazione e di messa in scena è in stretta relazione, nelle comunicazioni di massa, con la standardizzazione dei contenuti e con la semplificazione del discorso, anche di quello ideologico.

Lo stacco brutale, a cui abbiamo assistito nelle prime ore del pomeriggio di lunedì – quando, mentre Aniello Coppola si accingeva a commentare l’andamento delle votazioni, la sua faccia è stata letteralmente cancellata dallo sprint conclusivo della tappa del Giro d’Italia -, è stata una dimostrazione per eccesso di quello che è un processo normale nella programmazione tv. I programmi, messi l’uno accanto all’altro nell’arco della giornata e nel quadro della settimana, del mese e dell’anno, formano un discorso complessivo, che traduce metaforicamente l’idea di un mondo dove tutto fa spettacolo. Un discorso dove tutto viene selezionato e combinato in funzione di una messa in scena, per la quale si usano soprattutto le strutture del “racconto”, ossia vengono applicati alla realtà schemi finalizzati secondo causa-effetto. L’importante, nel famoso stacco del Giro, non è tanto il fatto che il contenuto del discorso di Coppola fosse o non fosse degno di maggiore attenzione della classifica di tappa, quanto che il flusso dei corridori sotto lo striscione d’arrivo veniva a tradurre il pensiero di Coppola, in una specie di flash soggettivo.

Così, quelli che più tardi sarebbero divenuti espliciti suggerimenti (rimproveri per il passato e suggerimenti per il futuro) ai politici, di trasformare il loro discorso in una “gara” per interessare il pubblico (tesi di Scalfari), erano anticipati dalla messa in scena televisiva, la quale dava agli spettatori l’immagine dei “risultati elettorali” come un’immagine di gara sportiva.

La metafora era valida anche nel complesso, per tutta la struttura della trasmissione, concepita sulla falsariga di un “Novantesimo minuto” o di una “Domenica sportiva”, arricchite da fattori di preveggenza (le previsioni statistiche) e con la novità di condire il romanzo dei risultati con indicazioni di lettura spettacolare più scopertamente prescrittive: Renzo Arbore, eretto qualche centimetro più in alto degli altri a garanzia che non tutto sarebbe stato “noioso”; o Raffaella Carrà incespugliata fra verdure ornamentali stile Sanremo. A presto, forse, le “proiezioni” sui finali del Campionato di Calcio, un po’ ricalcate sulle Tribune elettorali.

Pastore non faceva che ripetere: “Non facciamo Tribuna politica”. Era una correzione in senso spettacolare, il parlato degli specialisti aveva la funzione di dare risalto al genere “attualità”. Ma quell’attualità – Attenzione, sta per cominciare una trasmissione che durerà fino a domani! Vi faremo vedere questo e quell’altro, potrete ascoltare Tizio e Caio! Non dormiremo per darvi il massimo dell’emozione! – non si opponeva al grigiore delle Tribune per il semplice fatto che non corrispondeva ad alcuna verità. Il genere, sempre in agguato, confezionava i contenuti e ne faceva spettacolo, al di là dei dati statistici o non statistici. Anche la presenza del pubblico, per quanto “genuina”, non ha fatto che rafforzare la funzione spettacolare, in quanto le “libere opinioni” della gente non corrispondevano ad alcuna possibilità di incidere sulla struttura della messa in scena, ma facevano semplicemente parte della rappresentazione.


Franco Pecori, La politica, spettacolo di varietà, in Paese Sera, 9 giugno 1979


 

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9 giugno 1979