La complessità del senso
16 05 2021

Senso di Bellezza

Ti do del tu

Ti do del tu, ti voglio bene. Studia, per imparare e per non copiare. Vero che soltanto dal nulla si potrebbe non copiare, ma ci sono gradi dell’esperienza. Il nascituro copia già nella pancia della madre, si fa il suo bagaglio, prende dalla Storia. Le cose che hai trovato da quando hai visto la luce avevano la loro storia, la Storia è incancellabile. Da sola, però, essa non parla, dev’essere letta. Il dato che ‘leggi’ non è poi unico e mentre cominci a metterlo in relazione con altri dati, ti propone delle scelte. Se tu non scegli, il dato lo fa per te, organizza un suo cammino, un quadro secondo una propria convenienza economica. Economia di linguaggio. Si forma uno sguardo, tu lo consideri tuo.

Ti do del tu, non sei solo al mondo. Mentre pensi e fai, anche altri pensano e fanno, così accrescendo il bagaglio storico. Una montagna di dati. Studia, ti conviene capire che molti di quei dati sono ridondanti e ripetitivi. Se non studi, ti sembreranno tutti nuovi, crederai che siano frutto del tuo pensiero. E ti capiterà di reclamare: “Io ragiono con la mia testa!”, mentre il più delle volte stai copiando dalla testa collettiva, che è anche la tua. Ogni volta che cercherai di non copiare, di non ripetere il già detto, di non rifare il già fatto, sarai nel Dire e nel Fare. Non riprodurrai, produrrai senso.

La pigrizia è il tuo nemico, l’abitudine la tua falsa sicurezza. Troppe volte cerchi riparo nel già detto e nel già fatto, convinto che il recinto entro cui ti conservi vada bene per la tua comodità. C’è chi lo chiama interesse, egoismo/altruismo – secondo le specializzazioni del vivere. Comunque non dici, ridici, non fai ma rifai, pronto a condividere la copia quotidiana e il falso nuovo, dietro alle mode, agli usi e costumi.

Certo ci sono gradi. Viviamo immersi nel con-testo, leggiamo anche sapendo leggere poco, fantastichiamo anche con gli scarsi dati che mettiamo insieme. Ma dimmi, non hai mai l’impressione di lasciarti guidare, cercando una soddisfazione troppo vicina, immediata, relativa al poco, allo slogan, al modo di dire; e credendo di colmare una tua povertà con l’opportunismo che il contesto, senza nemmeno dire, ti suggerisce, solo alludendo con un gesto?

Nel contesto attuale, della comunicazione elettronica, i gesti, i comportamenti allusivi vanno sempre più sostituendosi all’antica sintassi, utile a formulare anche ipotesi. Non che il gesto non sia linguaggio, ma l’ipotesi vi resta nascosta, la devi cercare e tradurre. Sarà tanto più difficile scovarla quanto più occulti, meno disponibili, saranno, per la tua necessità, i dati della Storia. E i dati che avrai, pochi o molti, si potranno anche mostrare non adatti, non pertinenti nelle diverse circostanze. Studia. Studiamo. Dire e fare devono avere un senso, il ‘senza senso’ è anch’esso un senso. Scegliere e combinare: in tutta la vita non facciamo altro, è il limite della diversità e della somiglianza. È il confine della qualità, la tua la nostra la loro. È il bello del vivere nel contesto. È il senso di bellezza. Bellus da bonus, ci piace. Ci piace di più se lo definiamo di più, se non lo copiamo.

Purtroppo avrai notato che una delle parole più usate dalla nuova generazione è un ‘semplice’ “Boh”. Non ti sembra che un tale segno di tendenza alla sospensione del giudizio si sposi con un’altra parolina, il cui uso risale agli anni del mitico Sessantotto? “Cioè”, mi dirai. “Sicuramente sì”, potrei risponderti; o “Anche no”. Oppure, approfondendo l’errore, per maggior ‘sicurezza’, potrei rinviarti a un qualche racconto, scritto, o anche meglio se in immagini, ‘tratto da una storia vera’, che quindi (altra parola/scorciatoia molto in uso) darebbe la risposta più sicura in quanto ‘direttamente’ attinta dalla ‘verità’ del ‘reale’.

Ma dico: non si tratterà dell’idea sbagliata, che si possa, a spese del linguaggio, ridurre o peggio eliminare la distanza, ineliminabile, tra linguaggio e realtà? Il cinema, per dire, non riproduce la realtà, ma produce una ‘realtà’. Le sue virgolette sono la macchina da presa (e il montaggio e tutte le altre tecnologie). La musica non esiste senza i ‘suoni’, i suoni sono rumori con le virgolette, risultato di selezione e combinazione entro intervalli di tempo.

Studiare è utilizzare il linguaggio, i linguaggi, nella coscienza che le ‘cose’, per essere comprensibili hanno bisogno delle virgolette. Altrimenti, sarebbe la pietra stessa a dirci direttamente: “Io sono una pietra”.

Ti do del tu. Se studi, potrai dire con la maggiore consapevolezza: “Non è bello quel che è bello, ma è bello quel che piace”. Piace. Un modo di dire dal senso non poco complesso.

 

Sensatezza

    

C’è un nemico: l’illusione di realtà, generata dal trascurare la distanza tra cosa e segno. Qualsiasi segno e qualsiasi cosa. Un sasso, un albero, un’automobile, una bibita, una stella, gli occhi di una ragazza, l’infinito… “Coglierò la realtà, la catturerò facendo a meno di un linguaggio. La farò mia così com’è, mi farà suo come sono”. Mi viene in mente il Paradiso Terrestre. Bella cosa, ma ne sto parlando.

Bella cosa, cosa bella. La sfera estetica si rintraccia per via semiotica. E non si tratta ancora dell’arte, ma della sensazione (αἴσθησις), da cui poi l’espressione. Gli oggetti sono nel linguaggio in quanto li consideriamo ‘oggettuali’. Li consideriamo. La semiotica (σημεῖον, segno) studia i segni, la ragione e il modo secondo cui essi acquistano un senso, una direzione di significato secondo un punto di vista (pertinenza, circostanza, intenzionalità). Il senso potrà modificarsi, in seguito all’uso, alle sue relazioni contestuali – sincronia, diacronia, comunque storicità.

Con la diffusione delle nuove tecnologie, si parla molto di ‘virtuale’ in opposizione a ‘reale’. Ma l’opposizione è antichissima, relativa all’origine del linguaggio: tutte le ‘cose’ (materiali o astratte) di cui possiamo parlare, segnano la virtualità del vivere, dell’essere nella Storia. Il monologo shakespeariano potrebbe cominciare così: “Essere o ‘essere’, questo è il problema”.

È questo il quadro che, nella comunicazione, rende possibile e richiede il punto di vista, dell’autore e dell’ ‘interpretante’. Esplicito o in qualche modo implicito, il punto di vista è la condizione del messaggio, imprescindibile e incancellabile. Resta storico e costitutivo il problema della comunicazione, resta illusoria l’idea che un realismo attenui o azzeri la distanza, il rapporto convenzionale, tra linguaggio e realtà.

Lungo i due assi, verticale (scelta) e orizzontale (combinazione), del linguaggio si sviluppano sì forme di imitazione, per una comodità attrattiva che ridefinisce in un ‘realismo’ gli esiti espressivi. Ma al dunque, il risultato è una fusione di ‘creatività’ fondata sulla copia o quasi-copia, o quasi-riutilizzo di materiali. Quasi, dato che né il Tutto né il Totale possono cercarsi nelle ‘realtà’. È in tal senso che, se un realismo trovasse una legittimazione, non sarebbe per una riduzione di distanza tra linguaggio e realtà bensì per la collezione copiativa e tramandata nella catena delle interpretazioni. Troppo spesso, frutti del sistema dei mass media, banalità e stereotipi – poco informativi quanto più probabile il loro significato – vengono proposti come testi di valore culturale soprattutto in quanto ‘realistici’. Basti pensare alla complessità che si nasconde nella formula: Tratto da una storia vera. Certo, una volta stabilite la pertinenza e la circostanza del punto di vista, tutte le storie possono avere una loro verità e andranno a far parte di un filo paradossale, lungo un tracciato sintetizzabile in: riproducibilità, genere, conformismo, manierismo.

La chiave di lettura della concatenazione possiamo chiamarla riconoscibilità. La sua funzione è vitale per la sopravvivenza del linguaggio e, insieme, potenziale sterminatrice di qualità creativa. Sprofondata nell’imbarazzo teoretico, la critica si è spesso rifugiata in formule di giudizio metaforiche (nel senso di evasive), o si è affidata al trascorrere del tempo, recuperando a posteriori il valore ‘eterno’ di alcune esemplarità. Fuori dall’arte, altri realismi sono intervenuti nei secoli a tracciare destini. Mai però fuori dal linguaggio. Momenti di spiccata difficoltà di giudizio sono intervenuti quando gli artisti hanno adottato esplicitamente metodi espliciti d’improvvisazione, o anche quando si è trattato di scegliere materiali d’uso o nuove forme d’uso di materiali usuali. Inutile citare i passaggi d’epoca, non solo nell’arte. Vale il pericolo centrale di confondere il concetto di improvvisazione con quello di immediatezza.

La componente improvvisativa è parte essenziale del fare, arte o non arte, che si tratti dell’esecuzione di una forma pre-scritta – lo spartito nella musica, la sceneggiatura nel cinema, la scansione dei versi in poesia e qualsiasi altra predisposizione, anche nell’artigianato o nella progettualità industriale – oppure che l’artista o l’operatore si trovi davanti a un campo aperto, una pagina bianca. L’improvvisazione sarà comunque un modo di dire, una convenzione entro la quale il bagaglio culturale, del soggetto, della radice, della situazione, funzionerà da referente propulsivo di forma e di sostanza, del contenuto e dell’espressione.

L’equivoco di una ‘incomprensibilità’ dell’arte contemporanea è molto diffuso, quasi che la Madonna col Bambino di Piero della Francesca fosse meno astratta e più comprensibile dell’action panting espressionista di Jackson Pollock. Quasi che, per ragionare in analogia e verso maggior ‘concretezza’, un mattone, un foratino per l’edilizia si trovasse in natura e non fosse invece un ‘oggetto’, esito di una progettualità alla quale debba raccordarsi il progetto anche dell’architetto.

L’immediatezza nel linguaggio e più generalmente nell’operare non esiste. Esiste invece il pericolo di una ‘solitudine’ nella pratica di sensatezza. La copia non fa compagnia e, d’altra parte, l’originalità rischia di essere illusoria. Ben altro senso di partecipazione può venire dalla scelta del ricercare (μέϑοδος), del proseguire per la via socratica fino a Kant, continuando a farsi domande sulla facoltà di Giudizio, una via impossibile da non percorrere, almeno per necessità strategica.

E a proposito di Socrate, il filosofo ateniese non avrebbe certo lasciato passare una delle definizioni che hanno segnato, non solo in Italia, il linguaggio politico nelle sue forme deboli: “Né di destra, né di sinistra”. È noto come la domanda ricorrente di Socrate nei dialoghi ‘trascritti’ da Platone fosse: “Cosa vuoi dire con ciò che hai appena detto?”. Inevitabile, in una Roma che per un istante almeno fosse ateniese, la domanda sul ‘Né-Né’. Sono nati addirittura governi parlamentari basati su tale formula, sbandierata in campagna elettorale. Il senso qui più interessante è il supposto alto grado di comprensibilità di un modo di dire.

È sensato supporre la proposta indifferenziata di una visione ‘centrale’. Troppo schematico sembrerebbe, e poco produttivo, intendere il termine soltanto nel senso di un centrismo politico quale la storia italiana ci ha tramandato. Molto più vasto e culturalmente pesante il senso di un azzeramento ideologico delle distinzioni, in nome di una rinascita di giustizia e progresso sociale, morale, nella libertà di ‘qualsiasi’ opinione, non legata a schemi ormai non più produttivi di senso. Né di destra né di sinistra, appunto.

Nella Storia, i termini Destra e Sinistra denotano due opposte concezioni della vita organizzata, associata secondo finalità riassumibili in “per il Bene mio, tuo, suo, dell’Umanità”; un Bene che poi, nella ricerca specifica, è visto secondo un’ottica più o meno ravvicinata, ritagliata a misura del contingente, a volte esplicitamente rilegata (re-ligio, re-ligione) in funzione mitologica, a volte tenuta più nascostamente sotto il mito individualista (la Libertà al singolare).

Nella Storia, le persone cercano, individualmente e in gruppi, soluzioni per il proprio Bene. E non scegliere non si può. Realtà e linguaggio sono legati, lo abbiamo detto, il doppio asse ‘scelta e combinazione’ è imprescindibile.

Se vogliamo chiamare la Destra e la Sinistra con altri nomi, possiamo anche farlo: diciamo pure Pippo e Carolina. Ma Socrate domanderà comunque cosa intendiamo dire. La scappatoia di traferire il problema sul piano di una scelta preferenziale tra pratica e teoria non sarebbe degna di questo contesto. Il lavoro, per esempio, non è un prodotto, ma un rapporto e dunque un progetto.

Il discorso, politico in quest’ultima parte, riguarda tuttavia un orizzonte più vasto, culturale, entro cui è da comprendere (notizia del 3 dicembre 2019) il dato di una ricerca Ocse – triennalmente ripetuta -, secondo cui i giovani studenti italiani, quindicenni, “non sanno leggere” (La Stampa), o “Non capiscono quello che leggono” (huffingtonpost.it). Del resto, anche la quotidiana esperienza del parlar comune ci suggerisce di indagare circa il portato ideologico di una catena semantica che dal mitico “Cioè” sessantottino sembra condurre all’attuale senso di strafottimento: “Cioè, Assolutamente sì, Assolutamente no, Anche sì, Anche no, Mi verrebbe da dire, Boh”. Si tratta di una catena produttiva, più che di istanze analitiche e di dubbi, di ripieghi opportunistici, verso il senso sottinteso d’una inutilità dello studio e della ricerca, dando per scontata la maggiore resa, su necessità ‘pratiche’, di soluzioni forse meno dialettiche e però più ‘immediatamente’ efficaci.

Problema di istruzione, di scuola certo, le cui radici meriterebbero ricerche non approssimative, ma interdisciplinari e metodiche, entro cui comprendere un adeguato svolgimento del tema ‘Né-Né’, in modo da poter rispondere con qualche consapevolezza in più all’immancabile domanda socratica.

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Dall’introduzione di  
Senso di bellezza 
Musica, Cinema e altro
Franco Pecori, Iter Edizioni, Subiaco (Roma), Novembre 2020

 

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8 dicembre 2020