La complessità del senso
22 11 2018

Vanessa, Lezione all’Italia?


filosofia_vanessa_noperdono.jpg «No! Mai!»

Il grido della madre di Vanessa – la ragazza romana morta il 26 aprile 2007 dopo essere stata colpita con la punta di un ombrello durante la lite con altre due giovani, romene, sulla banchina della metro –  è stata la risposta all’invito al perdono, rivolto ai fedeli dall’ex parroco con un telegramma letto il 2 maggio nella chiesa di Santa Felicita e dei Figli Martiri, a Fidene, mentre si svolgevano i funerali. Diceva il testo: «Vi chiedo di perdonare chi si è macchiato di un crimine così assurdo. Non cè più spazio per le parole è tempo di agire ma non con la violenza, con l’amore. L’amore, silenzioso, è fecondo, il rancore, rumoroso, uccide. Perdonando dareste una lezione a tutta Italia».

E’ la parola lezione che, col suo carico di senso anche teorico, suggerisce una riflessione filosofica, sia pure difficile come difficile può essere, ed è, la coniugazione di cronaca e teoria. La derivazione latina, dal verbo legere (leggere) inteso al passato (lectus, letto), autorizza all’implicito riferimento alla scrittura (si legge ciò che è scritto) e, per eccellenza, alla Scrittura, cioè a ciò che vi sia di maggiormente scritto: Scritto, super-scritto, per-scritto, prescitto. Insomma la lezione è la Lezione, lezione del perdono, il perdono come lo vuole la Scrittura.

«Perdonando dareste una lezione a tutta Italia», dice il prete. E lo dice per-scritto, non solo per via del telegremma, ma perché accosta due parole che entrambe hanno una radice e un senso rafforzativo: perdono e lezione. Per-donare è donare al massimo, donare completamente. E il dono profondo, superlativo, può trasformarsi in espansivo («a tutta Italia») se diventa lezione.

E’ in questa valenza culturale il paradosso che autorizza i destinatari dell’invito al perdono («No! Mai!», grida la madre di Vanessa, ma non è sola, la chiesa è gremita e altri fanno sentire la loro voce) a contrapporre il rifiuto. Rifiutare a voce alta non avrebbe senso se si mantenesse il perdono nella sua dimensione profonda, intima, disinteressata, propria del dono spirituale, cioè nella sfera religiosa, quale sarebbe lecito figurarsi che fosse, essendo specificamente rituale e cattolica, la scena dei funerali. La scena, però, è anche con-testo, in quanto la parola tende alla lezione. Il prete intende lezione, si presume, nel senso di buon atto esemplare e salvifico, ma il contesto (ci sono anche le telecamere) arricchisce le sue parole di un senso allargato e più pratico, indebolendole sul versante della misteriosa interiorità personale e rafforzandole, invece, nella prospettiva sociologica e politica, suggerita dalla presenza in Chiesa di alcune autorità istituzionali. Proprio su tale presenza si regge, nella sua rappresentatività occasionale, una legittimazione del rifiuto esplicito (e gridato) del perdono: atto che diviene condizionale rispetto all’attuazione della Giustizia. «Vergogna», gridano i fedeli ai politici e invocano l’ergastolo per chi ha ucciso Vanessa. Come dire: do ut des. Come pensare ad una società del perdono?

L’esito finale, al di là dell’auspicabile giusto pronunciamento del giudice sulla responsabilità della morte di Vanessa, è un rinvio all’onnipotenza di Dio – e così l’imperscrutabilità del valore del Dono, uscita dal soggettivo rientra per via oggettiva. Sarà la lezione più alta, ma anche la meno comprensibile. Il che renderà relativamente comprensibile, meno assoluto, il «No! Mai!» del grido iniziale. Comunque, dal giudizio divino potrà arrivare il perdono per tutti, presenti ai funerali di Vanessa e assenti, vocianti e silenziosi.

Franco Pecori

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4 maggio 2007