La complessità del senso
26 06 2017

Travolta, dallo schermo alla discoteca

 John Travolta

La voglia di ballare ha preso, in quest’ultimo scorcio del ’78, le sembianze di uno sfrenato “travoltismo”. L’idolo febbricitante del sabato sera è sceso dagli schermi a passeggiare fra la gente. I giovani sorridono, si muovono, si vestono, pensano come John Travolta, proletario della New York di qua dal ponte, garzone di negozio che nelle mosse cadenzate della disco-music esprime non più le rivolte giovanili di dieci anni fa, bensì un groviglio di aspirazioni confuse verso una società di gente inserita, che lavora e sa il fatto suo. E’ il “dernier cri” sociologico. Personaggi importanti si chiedono sui giornali se sia più significativa la “primavera di Moro” o l'”autunno di Travolta”; si dà evidenza ai nuovi locali da ballo sull’esempio americano con notizie in prima pagina. A leggere certi articoli “spiritosi”, spumeggianti come bottiglie stappate per la festa di Capodanno, verrebbe la voglia di andarsi subito a tuffare nell’orgia di luci e di ritmi dell’immensa discoteca. La promessa di “400 milioni di laser accecanti, di nebbie non ideologiche ad altezza pubica, di profumi di stagione, di eidophor giganteschi, di divani argentati, di ghiaccio secco fumigante, di parquets superlucidi, di specchi-piuma e di 130 mila megawatt visivi e sonori”, una promessa così fa sfumare in secondo piano il Marco Caruso che torna a casa e la lira che soffre tra dollaro e petrolio, la proroga del precariato e l’attacco terroristico alla scorta dell’uomo politico. In alto a sinistra, il grossetto ammonisce: la mondanità di Milano, con lo sciupìo di Natale e l’apertura delle discoteche, dimostra che “la gente è stanca di avere paura”.

Non saremo certo noi a negare ai giovani il diritto di divertirsi a Capodanno e di ballare fino allo sfinimento ogni sabato sera. Vogliamo solo vedere com’è organizzato il ballo. La figura di Travolta nasce sullo schermo; non a caso, a Milano, ex organizzatori di feste goliardiche hanno pensato di trasformare proprio un cinema in discoteca gigante. Così, dopo un anno di “Febbre del sabato sera” e dopo la ripresa del tema in “Grease”, si può passare dallo schermo alla “realtà”, con proiezioni più “atmosferiche”, in situazioni dai contenuti meno definibili, al limite di un disegno formalistico e affaristico insieme. Nella grande discoteca sarà tutto un puntare sulle “immagini” e un mettere in secondo piano la musica, preannunciata infatti come non-assordante. Quest’ultimo elemento potrebbe far pensare a un recupero di quei valori musicali che erano stati dilaniati dalle amplificazioni mostruose del rock e del pop-jazz. Ma crediamo che non sarà l’atmosfera acusticamente meno stressante della disco-music a portare i frequentatori dei nuovi locali verso l’ascolto dei pezzi.

Nell’impatto omogeneizzato della messa in scena ritmi-iconica, la musica è solo un alibi. L’universo espressivo del “travoltismo” ha poco a che vedere con la musica, è piuttosto la risposta integrativa a un prodotto culturale ben confezionato. La musica è ridotta a servitù, colpevole di non saper tradurre significati, viene presa per il suo aspetto sensitivo. A livello di sensazioni, è difficile mantenere la demarcazione tra musica e altre sfere orgastiche; così, nel montaggio egli effetti, può venir fuori che la luce e il ritmo – ritmo riflesso dal riflettore e restituito, moltiplicato e visualizzato, al ballerino, il quale non può non seguirlo giacché non ha altri parametri di riferimento – prendano la mano alle note. La discoteca fa guerra alla ragion musicale, perché i principi stessi della costruzione dei brani sono travolti dall’influenza ambientale e lasciano il posto alle ragioni dei sensi. E il sentimento? Qui è il punto chiave. Dalla sensazione al sentimento la distanza è colmabile con la capacità di organizzare i sensi in esperienza; altrimenti abbiamo qualcosa di evanescente e di brutale insieme, qualcosa che si muove e non vive, che paradossalmente cerca nel movimento attimi di freddezza. 

Si sono scritte tante cose, negli anni ’60, sul rock e derivati, balli che allontanavano la gente, balli della solitudine in un mondo estraneo e nemico, ecc. Ma guardare oggi nel buco luccicante di una discoteca-mostro è come sprofondare negli occhi neri di un testo senza peso, in un progetto senza prospettiva. Nessuna musica ci viene in mente, ci sale invece un silenzio che lascia dietro di sé un mare di luci, dove il cuore non batte, dove lo sguardo si perde.

Dal film alla discoteca, il sabato sera diventa un messaggio a quota zero. L’ancora di salvezza, per lo spettatore cinematografico, era pur sempre il Cinema, il contesto di altri film visti, la possibilità di un raffronto, di un discorso. Scendendo dallo schermo in platea, Travolta ha fatto piazza pulita. L’eidophor, nella grande discoteca, riproduce immagini inconsistenti, il cui senso è la ridondanza del gesto; immagini di ballerini che si rimirano, pronti a tutto pur di non fare nulla. La presenza dei “gorilla” è un monumento alla stasi più che una prudenza anti-molotov, seppure sia il caso di immaginare un incendio.

 


Franco Pecori, L’autunno di Travolta, Dallo schermo alla discoteca gigante, in Paese Sera, 2 gennaio 1979


Print Friendly

2 gennaio 1979