La complessità del senso
16 11 2018

Umberto Eco, Lector in fabula

L’ignoranza può essere statica o circolatoria. La prima ci lascia a casa, chiusi nel buio e impotenti a discorrere. Si accanisce su di noi fino all’annientamento. La seconda ci permette, anzi ci impone di entrare in circuito, offrendoci formule fatte, risultati-vessillo da sbandierare nelle quotidiane dimostrazioni di presenza. Il caso dello strutturalismo linguistico e della semiotica può essere esemplare: per due o tre studiosi che si sono impegnati a prendere di petto le questioni fondamentali, si sono messi in circuito decine e decine di spacciatori di discorsi tecnici, i quali hanno fatto circolare un senso tutto sommato regressivo e hanno fatto persino apparire le vecchie grammatichette o gli approcci estetizzanti alle arti come bastioni inespugnabili della didattica e dell’educazione, se non proprio della scienza.

Il libro di Eco, giunto in libreria con tempismo perfetto, da rampa di lancio, è uno strumento utilissimo, un’occasione da cogliere al volo per tirarsi fuori dall’assuefazione circolatoria e acquistare una sufficiente familiarità con i problemi che l’usi di certa attrezzatura analitica comporta nell’approccio ai materiali linguistici e semio-semantici.

Leggere un testo non è come mangiare un panino, sebbene anche una merendina non sia cosa tanto semplice come sembra – per dirne una: pasto frugale o vizietto delle undici-e-trenta-american-bar? Leggere un testo significa stabilire una serie di competenze e di interazioni, che necessariamente sfumano i contorni di ciò che è scritto, allargandoli per analogia o per opposizione, per contiguità o per metafora ad altre serie di testi, già letti o da leggere, o che comunque influiscono nella mediazione delle nostre possibilità di interpretare, di attribuire significati, di scegliere direzioni di senso. La presenza di un testo non è mai un fatto semplice, ma si colloca in una rete di rapporti, linguistici ed extralinguistici, la cui determinazione dipende dalla nostra creatività o possibilità di interagire a contatto con un’espressione, in una data circostanza, mettendo in gioco il nostro bagaglio di conoscenze e le nostre capacità di collegamento.

Nel caso della narrativa, il testo non è neutro perchè le stesse strutture narrative non sono neutre. Dire: “In un paesino sul lago di Como, dalle parti di Lecco, una sera verso il tramonto, il locale curato stava facendo una passeggiata quando incontrò sul suo cammino due loschi tipi che riconobbe per bravi e che pareva aspettassero proprio lui”, vuole anche domandarsi, come suggerisce Eco: “e adesso cosa capiterà al nostro curato, cosa gli diranno i bravi?” – con tutte le conseguenze che  una tale domanda comporta. Rendere conto della griglia delle funzioni che presiedono alla “logica delle azioni” e alla “sintassi dei personaggi” – fabula, secondo quanto teorizzarono negli anni Venti i formalisti russi: “Il tema dell’opera con fabula rappresenta un sistema più o meno unitario di avvenimenti, l’uno derivante dall’altro. L’insieme di tali avvenimenti nei loro mutui rapporti interni è appunto ciò che chiamiamo fabula“, diceva Tomasevskij –  significa anche impegnarsi in un’interpretazione storica del senso dell’opera presa in esame. “Ivanhoe – scrive Eco – può essere sia la storia di cosa accade a Cedric, Rowena, Rebecca e così via, sia la storia dell’urto di classe (e di etnia) tra Normanni e Anglo-Sassoni. Dipende se si deve eridurre la storia per un film o se si deve scriverne una sintesi per la pubblicità su una rivista di studi marxisti”.

Non esistono, insomma, combinazioni sterili. Da qui l’atteggiamento dell’A., il quale, a caccia di piaceri letterari, vuole trarre dalle occasioni che gli si danno in giro per il mondo le ragioni di tali piaceri. E’ un’ansia di contatto, una ricerca turbinosa e lucida nella scelta dei fiori preziosi da cogliere (es.: Un drame bien parisien, novella fine-Ottocento di Alphonse Allais), che fa pensare, se non proprio a un Casanova riciclatosi in ipercodifiche e “sceneggiature” intertestuali, ad una specie di Don Giovanni dal semema facile, alla ricerca perenne di “fabulae” aperte, mai rassegnato all’interpretazione finale. E’ un Don Giovanni Lettore, che ha bisogno di compagnia, perché la vita del testo si svolge, per così dire, in ambiente interpretativo (secondo un modo peirceano di qualificare la sfera semantica della comunicazione), ossia in condizioni tali da escludere ogni assoluta autonomia del senso rispetto ad altre possibili interpretazioni.

Testo, lettore, altri testi, altri lettori: il sistema è un processo di cooperazione. Il Don Giovanni della tradizione teatrale si perdeva nel misurarsi da sé contro l’impossibilità del possesso. Il lettore di Eco ha capito l’antifona: si immerge nella “fabula” negando che vi sia qualcosa da possedere; e chiede aiuto, vuol fare una cooperativa. Nel momento attuale, difficile dargli torto. [Umberto Eco, Lector in fabula, Bompiani, 1979]


Franco Pecori, Se un curato una sera incontra due loschi tipi, Saggi di Umberto Eco sulla struttura dei testi narrativi, in Paese Sera, 1 giugno 1979


 

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1 giugno 1979