La complessità del senso
14 11 2018

Semiotica e semiologia

Due storie, un cammino

Semiotica e Semiologia sono ormai equivalenti nell’uso comune di una definizione generale di “scienza dei segni”. Tuttavia va tenuto conto della diversa origine culturale dei due termini.

La semiotica come disciplina autonoma nasce col filosofo americano Charles Sanders Peirce (1839-1914), i cui scritti furono pubblicati a Cambridge nel ’32, col titolo “Collected Papers”. A Peirce interessa non tanto il segno in sé – e non solo il segno linguistico – quanto il risultato del rapporto tra segno (di qualunque natura) e oggetto, risultato che lui chiama “interpretante”, ossia il senso del segno. La catena degli interpretanti è praticamente infinita, giacché l’interpretazione è sempre anche segno: il segno non è segno – dice Peirce – se non si può tradurlo in un altro segno.

La semiologia nasce indipendentemente dalla semiotica e come disciplina di radice linguistica. La fonda il linguista svizzero Ferdinand de Saussure (1857-1913). Gli appunti presi dagli studenti durante i tre corsi di Linguistica Generale tenuti a Ginevra furono poi raccolti e pubblicati a Parigi nel ’16, col titolo di “Cours de linguistique générale”.

Lo studio di Saussure è inverso a quello di Peirce: dal linguaggio verbale alla linguistica generale, con la prospettiva di giungere poi ad una scienza complessiva dei segni o semiologia. O meglio, a Saussure interessa la semiologia come sistema di segni generale entro cui collocare il sistema di segni “lingua”. Basilare la definizione del rapporto “Langue”-“Parole”.

Terzo polo della semiotica moderna è la “Filosofia delle forme simboliche” del tedesco Ernst Cassirer (1874-1945), la cui opera fondamentale, “Philosophie des Symbolischen Formen”, fu pubblicata a Berlino nel ’23. A Cassirer interessa soprattutto dire che tutto ciò che produce senso informa più di quanto non imiti. Il linguaggio non denomina una realtà preesistente, ma la articola, la concettualizza.

Più o meno dello stesso periodo è la “Scuola di Praga” (Roman Jakobson, Louis Hjlmslev), importante per concetti come il doppio asse, verticale e orizzontale (scelta e combinazione), della strutturazione del linguaggio e come la distinzione tra forma e sostanza nella lingua, rispetto sia all’espressione che al contenuto. E importante per la dimostrazione, “fonologica”, che l’identità stessa dei suoni non viene dai suoni in sé ma dalla pratica della comunicazione, in cui i suoni sono utensili.

A partire dal dopoguerra, si svilupperanno diversi filoni di ricerca. In America più applicati alla descrizione di sistemi simbolici non-linguistici (Thomas Albert Sebeok, Ray Birdwhistle); in Unione Sovietica riferiti maggiormente alla cibernetica e alla teoria dell’informazione (Jurij Lotman, L. O. Reznikov); in Francia influenzati soprattutto dallo strutturalismo antropologico di Claude Lévi-Strauss e orientati verso lo studio delle forme sociali, analizzate nel loro funzionamento “linguistico” – dai sistemi di parentele ai miti, alla moda, alle pratiche di vita in genere (Roland Barthes, Algirdas Greimas, Luis Prieto).

Per quanto riguarda i rapporti tra semiotica ed estetica, l’approccio moderno è tardivo e deve superare una serie di equivoci, derivanti principalmente dal fatto che del senso non-linguistico di certi oggetti si può parlare solo in termini linguistici. Vani quindi i tentativi di cogliere le diverse specificità delle varie espressioni artistiche.

Ha fatto un punto della situazione Emilio Garroni con il suo “Estetica, uno sguardo attraverso” (Garzanti, 1992), un libro che riazzera – per così dire – il discorso, ma con una rinnovata coscienza dei problemi, secondo una riconsiderazione dell’estetica come filosofia critica, che, nello “sguardo” del filosofo, implica insieme un guardare e un comprendere-di-guardare. In sostanza un’inesausta ricerca del senso. (F.P.)

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27 aprile 2018