La complessità del senso
11 12 2018

Garroni, Destino di storicità

filosofia_emiliogarroniSenza dubbio siamo sempre più circondati da figure o, al di fuori dell’uso tecnico da me stabilito convenzionalmente, da immagini. Già negli anni Cinquanta la nostra cultura avanzante veniva battezzata “civiltà dell’immagine”. E non starò a elencarle, per classi, sottoclassi, tecniche, scopi del loro uso, stilemi, e così via, tanto la cosa sta sotto gli occhi di tutti. Vorrei riprendere però un tema, già toccato più volte, ma non necessariamente chiaro a tutti: che in generale una figura, qualsiasi figura, richiede sempre un laborioso e complesso processo di riduzione ed esteriorizzazione, anche le figure apparentemente più semplici, più sciatte, più stupide, che abbondano nel nostro panorama visivo e non visivo. E che questa non è una novità. È sempre accaduto.

Per esempio una figura, che iconicamente richiami alla buona pochissimi tratti pertinenti dell’immagine interna di un oggetto, dagli antichi ai moderni graffiti fallici anonimi, non è affatto così ovvia come si può credere, anche se oggi lo è diventata in virtù di una pratica millenaria. Anche la figura che meno aspira alla forma, la più riduttiva e la più corriva, per esempio un’apparentemente banalissima immagine pubblicitaria, la richiede necessariamente. C’è di più e, in un certo senso, di peggio. Perfino la presenza fuggevole e impositiva di una piatta immagine televisiva, seduttiva per taluni, repellente per altri (si tratti di un uomo politico o di una casalinga), non sfugge, in linea di principio, a questo destino di storicità e complessità. Basti pensare a come una volta ci si rappresentava il volto della fama, del potere o del familiare, per valutare le ragioni non ovvie del successo attuale, allora impensabile, di certi volti scialbi e quotidiani odierni, a prima vista esibiti solo materialmente e senza mediazioni. Segno che il presunto doppio televisivo della faccia semplicemente esibita deve essere passato attraverso un filtro che ha selezionato tratti e caratteri storicamente e culturalmente motivati, escludendone molti e trattenendo i pochi più appariscenti e più utili, ed è stato via via miscelato con altri ingredienti di dubbia provenienza, scelti tuttavia con cura mediatica abile e attenta al mutare della psicologia sociale.

Ogni immagine trasposta in figura, infine, è il risultato di un lavoro non automatico o non del tutto automatico sul materiale per se stesso irrappresentabile, infinitamente vario e polimorfo, offerto da un’immagine interna. Segno che, sia pure senza intenzione formativa e senza una tecnica appropriata corrispondente, anche le figure attuali più corrive posseggono una qualche forma, uno stile e possono addirittura far trasparire un di più che le eccede. Solo, nessuno se ne accorge. E, se se ne accorge, troppo spesso gli piace proprio l’aspetto repellente di quel di più, che proietta tale e quale la banalità, l’approssimazione, il senso comune, o addirittura l’ottusa furberia, la protervia, la sfacciataggine menzognera su una parvenza di totalità, che assorbe ogni minima capacità di resistenza. E una totalità fraintesa è piuttosto la assolutizzazione di un particolare per se stesso insignificante, che attrae e invade l’animo del riguardante, come se fosse l’infinito leopardiano.

Dunque: parità della costituzione di qualsiasi tipo di figura, bella o brutta, colta o rozza, onesta o equivoca, ingenua o maliziosa, intelligente o stupida. Ma una qualche distinzione sul loro uso è pure possibile. E si deve dire al proposito che il torto principale di un numero straordinario di figure correnti consiste nello sforzo impossibile di rinunciare alla forma e, insieme, nel nascondere, per quanto è possibile, il processo percettivo-immaginativo che esse presuppongono, nonché di far credere, come nel caso della televisione, che il loro proprio statuto sia di essere immediatamente doppi figurali e determinati di oggetti reali e determinati. Una cosa innocente per definizione! Ma, per chi è attento, la ridicola e capziosa insignificanza di quelle figure evoca un orrore (una specie di sublime senza piacere) non tanto dissimile, almeno oppositivamente, dal sentimento totalizzante che nasce di diritto, non di fatto, dal funzionamento della facoltà dell’immagine. La differenza tra figure del genere e figure meno corrive, comprese quelle che costituiscono ciò che chiamiamo o chiamavamo “opere d’arte”, sta dunque nel fatto che le prime dipendono inevitabilmente da un’indeterminatezza totalizzante solo in funzione del suo, forse in gran parte voluto, non riconoscimento mentale, e le seconde invece la mettono in evidenza. Ma questo non c’entra con lo statuto della figura. Ha a che fare piuttosto con la cultura dei produttori e degli utenti.

Infine: la stessa differenza che passa tra un vivere ottuso, abbandonato esclusivamente al risaputo e ai piccoli affari quotidiani e un vivere attento, pensante e comprendente, che non coincide affatto con una differenza di classe, neppure tra intellettuali e non-intellettuali, e ancora meno tra poveri e ricchi. A questo punto però mi domando, con l’intenzione di concludere, se non amaramente, almeno interrogativamente: ma, arte o non arte, la cultura dominante attuale, dominata da ricchi ottusi, ovvi e interessati, non certo dediti ad affari piccoli e quotidiani, consente ancora di sperare in un’alternativa decente? Purtroppo non si può essere ottimisti, anche se certi figuri dovessero abbandonare la scena, come è augurabile. Ormai si è istituzionalizzato il banale ed espulso ciò che più conta, non tanto l’arte, di cui ci importa fino a un cero punto e solo a certe condizioni, ma soprattutto il comportamento civile, le irrinunciabili esigenze etiche, l’interesse alla comprensione delle cose, insomma: la “mente” dei cittadini, di cui invece ci importa molto in primissima istanza.

E con una specie di apologo politico di trista attualità ho messo termine a questo breve saggio.

 


Emilio Garroni, Immagine linguaggio figura, Laterza, 2005, pp. 116-118


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29 aprile 2018