La complessità del senso
10 05 2026

A Prayer Before Dawn

Une prière avant l’aube
Regia Jean-Stéphane Sauvaire, 2017
Sceneggiatura Jonathan Hirschbein, Nick Saltrese
Fotografia David Ungaro
Attori Joe Cole, Billy Moore, Vithaya Pansringarm, Pornchanok Mabklang, Panya Yimmumphai, Somluck Kamsing, Chaloemporn Sawatsuk, Komsan Polsan, Sakda Niamhom, Sura Srimalai.

Si dice “combattimento a contatto pieno”, cioè pugni, calci, ginocchiate e tutto quanto può servire a distruggere fisicamente l’avversario sul ring: è la box thailandese, il Muay thai. E’ un’arte marziale, uno scherzo a paragone delle sofferenze che si possono patire in un carcere come la Klong Prem Central Prison di Bangkok. Tre anni in quell’inferno e poi la forza di raccontare la terribile esperienza in un’autobiografia. A quel testo del giovane pugile di Liverpool Billy Moore si riferisce il film di Jean-Stéphane Sauvaire, le cui immagini hanno già colpito (fuori concorso) i frequentatori di Cannes. Billy ha la disgrazia di venire arrestato per droga e rinchiuso in quella prigione dove si trova a dover resettare la propria esistenza. Gli spazi costrittivi, il contatto diretto e “animalesco”, un vero corpo a corpo con gli altri detenuti, l’impossibilità di un “dialogo” – tranne un accenno d’intesa con una delle ragazze, Fame (Pornchanok Mabklang), in situazione contigua – e l’essere imprigionato nei gesti, nelle urla, in un’atmosfera difficile da descrivere a parole, il senso di straneità totale: è  il pacchetto di componenti sceniche che il regista francese gestisce in una total immersion impressionante, con una troupe leggera e con due soli attori professionisti, il protagonista Joe Cole e Vithaya Pansringarm nella parte del direttore del carcere. Tra ex carcerati e veri campioni di Muay thay, poteva venir fuori una “verosimiglianza” di tipo “documentario”. Sauvaire supera il rischio e trasmette allo spettatore lo spirito di un riscatto morale conquistato toccando il limite estremo della resistenza fisica e, insieme, della volontà di sopravvivenza. Il film di-mostra il senso “culturale” di uno sport come la boxe, sia pure e specialmente quel tipo di boxe, cioè il suo valore comunque “umano”. Il merito è dell’uso della macchina da presa, mai scomposto in espressività accentuate e trattenuto invece negli stessi spazi della prigione, quasi in una simbiosi semiosica non certo ordinaria. Si percepisce chiaramente il passaggio di Billy da succube disgraziato a pugile, deciso a riprendersi la vita, la libertà, attraverso il combattimento. [Festa del Cinema di Roma 2017, Tutti ne parlano]

Franco Pecori

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2 Novembre 2017