Prendre le large
Prendre le large
Gaël Morel, 2017
Sceneggiatura Gaël Morel, Rachid O., Yasmine Louati
Fotografia David Chambille
Attori Sandrine Bonnaire, Mouna Fettou, Kamal El Amri, Ilian Bergala, Farida Ouchani, Nisrine Radi, Lubna Azabal.
Delocalizzazione, parola di crisi. Il lavoro si sposta in paesi e luoghi più convenienti alle aziende, i lavoratori subiscono il licenziamento o, al massimo, possono accettare di trasferirsi. Per i singoli, il pericolo è lo sradicamento dalla propria vita, dagli affetti, dalle abitudini, con il rischio di rimanere senza riferimenti, senza soldi ed essere travolti da uno straniamento che può andare oltre i problemi della sopravvivenza materiale. Parola di crisi che implica non solo la sfera sociologica, flusso di popoli e di culture, ma la dimensione individuale, personale, con il carico di una nuova gestione di sé, in un contesto altro e magari poco rassicurante. Tutto questo, nel bel film di Gaël Morel (alla terza regia dopo À toute vitesse 1996 e Après lui presentato alla Quinzaine di Cannes 2007), è soprattutto Sandrine Bonnaire, o meglio la sublime bravura dell’attrice e la gestione, la direzione che il regista sa farne, passo passo, inquadratura per inquadratura, nel racconto di un trasferimento da intendersi nel senso più pieno, profondo e implicativo, dalla delocalizzazione del lavoro alla faticosa e drammatica ristrutturazione di sé, cui è costretta la protagonista Edith, per sua scelta di “prendere il largo” e trasferirsi a Tangeri, anziché restare disoccupata in Francia. Morel non si ferma certo alla sociologia, si assume anzi il compito di battere il sentiero più difficile – e meno frequentato – di un cinema che voglia procedere sul filo del non-detto ma piuttosto suggerito, restando sul personaggio con discrezione allusiva e insieme con dettaglio di verità, mai sforando nella metafora compiuta. Tangeri è Marocco, è islamismo, è difficoltà a camminare per le vie con i biondi capelli sciolti; ed è anche preconcetto, chiusura, pericolo di riclassificazione e di sopruso. Edith, “la straniera”, è sola, è operaia in fabbrica, lascia un figlio grande che ha preso una propria via, deve scendere un gradino nella situazione lavorativa, in condizioni che sarebbero non più accettabili in un paese europeo. Ma la sua persona gentile, la sua figura delicata, la sua solitudine coraggiosa propone una dialettica forte nel suo interno, una posizione capace di contestare la difficoltà e di prospettare in proporzione un rinnovamento che passa attraverso una resistenza individuale, un’antieroica provvisorietà che si propone come rivisitazione prospettica, per un mondo a venire, un mondo “debole” che cerca soluzioni non totalizzanti e vive momenti progressivi in contesti avversi. Edith fugge dalla gabbia convenzionale della “perdita del lavoro” e della “liquidazione” consolatoria; prende il largo verso nuovi contatti e, senza ostentazione di inutili ottimismi, si immerge nel sofferto quotidiano del lavoro faticoso ed estremamente umile – a un certo punto finisce a lavorare nei campi e a dormire nelle stalle. Eppure ha il modo di farsi apprezzare come persona da Mina (Mouna Fettou), la proprietaria della pensioncina dove ha trovato alloggio, e dal suo figlio Ali (Kamal El Amri), giovane dal buon animo. Con loro si stabilisce una solidarietà umana che passa trasversalmente per le relative esperienze personali, di cui s’intuisce il comune denominatore di intima sofferenza. Il finale premierà Edith in maniera forse un po’ sbrigativa, fornendo alla vicenda della protagonista una soluzione materiale di cui il film non avrebbe avuto bisogno. E’ augurabile che lo spettatore non se ne appaghi, soddisfatto come già sarà stato per la decisione iniziale di Edith, di “prendere il largo”. [Festa del cinema di Roma 2017, Selezione Ufficiale]
Franco Pecori
29 Ottobre 2017