Bei Mian
Bei Mian
Liu Bingjian, 2010
Fotografia Zheng Jiansong
Hu Bing, Xu Ning, Xu Chengfeng, Jia Yuanyuan, Chen Youwang, Hairon Tiantian
Roma 2010, concorso.
La schiena (bei mian) porta i segni artistici e orribili della rivoluzione cinese. Immagine allucinante che provoca il vomito di Hong Tao (Hu Bing) figlio di un pittore del regime di Mao. Il giovane ha nella mente il ricordo pesante della dura educazione ricevuta da bambino, quando il padre cantava «La rivoluzione ha bisogno del pensiero di Mao Tse-Tung» e si faceva aiutare da lui nella riproduzione infinita di immagini del dittatore. Anche di tatuaggi sulla pelle umana, sulla schiena. Quelle stampe oggi valgono molto e fanno gola agli amici di Hong Tao. Alla vecchia arte di regime è succeduta la body art e le stampe originali trovano nuovi contatti, confondendo artisti e destinatari del messaggio in un realismo fisico, totale, horror. Il regista Liu Bingjian, dopo alcune esperienze televisive, nel 1966 ha realizzato da indipendente Yanchuang (Inkstone), primo film cinese dopo la fondazione della Repubblica Popolare ad essere acquistato da Hollywood. Con Nannan Nunu (Men and Women, 1999) ha vinto il premio Fipresci a Locarno. Ha partecipato poi con un certo successo ai festival di Cannes (Cry Woman, 2002), di Toronto e Berlino (Plastic Flowers, 2004). Il suo cinema ondeggia tra ricerca astratta e uso metaforico della psicologia. Il protagonista accusa chiari segni di disturbo, specialmente nei rapporti con la sua ragazza, mentre una visita alla mitica Muraglia diventa segno di incomunicabilità. La posizione ideologica contro la dittatura cinese è chiara, meno chiaro è il miscuglio di soluzioni formali, pratiche di “avanguardia” non più attuali.
Franco Pecori
3 Novembre 2010