Oranges and Sunshine
Oranges and Sunshine
Jim Loach, 2009
Fotografia Denson Baker
Emily Watson, Hugo Weaving, David Wenham
Roma 2010, concorso.
Furono oltre 30 mila i bambini deportati in Australia dal governo britannico nel periodo 1930-1970. E nel frattempo, in Australia, i figli “quasi bianchi” degli aborigeni venivano sottratti alle famiglie con uno specifico programma di “civilizzazione” (La generazione rubata, Phillip Noyce, 2002). L’operazione inglese fu talmente grave che, sia pure con colpevole ritardo, il premier australiano Kevin Rudd, nel 2009, chiede ufficialmente scusa in Parlamento «Per le sofferenze fisiche, le privazioni emotive e la fredda assenza di amore, di tenerezza, di cure» verso i piccoli deportati. Nel 2010 è seguita la dichiarazione del premier britannico Gordon Brown. Il film di Jim Loach, figlio di Kenneth (autore impegnatissimo, da Family Life, 1971, a Sweet Sixteen, 2002, a Il mio amico Eric, 2009) sugella la vicenda con stile più diaristico che documentario, mantendo un tono uniforme e soprattutto affidandosi alla bravura di Emily Watson. Nella parte di Margaret Humphreys, assistente sociale a Nottingham, la protagonista viene a contatto con una donna ansiosa di scoprire la propria identità. Ha inizio così una lunga indagine, con momenti drammatici e toccanti, sempre dovuti alla perfetta gestione del personaggio da parte dell’attrice. Man mano crescono le resistenze e le aperte avversità verso l’intraprendenza di Margaret, la quale prende su di sé tutto il peso del lavoro, trascurando il marito e dedicandosi anche emotivamente all’assistenza di singoli casi, fino a cadere vittima di uno “stress post traumatico”. Alla fine, Len (Wenham), uno degli assistiti, la convince a recarsi a Bindoon, la Città dei Ragazzi costruita con i lavori “forzati” dai piccoli deportati: è la prova concreta dell’opera malefica dei Fratelli Cristiani ed è anche il momento catartico che restituisce Margaret alla propria famiglia, insieme alla quale festeggerà il Natale, in attesa di riprende la ricerca delle persone perdute. Facilitato dalla storia vera da cui parte, il regista non si sbilancia in scelte formali ardite, come ritenendo che l’argomento abbia in sé la forza di imporre, per così dire, la propria visione. Il prodotto che ne vien fuori è privo di suspence e fin troppo composto.
Franco Pecori
31 Ottobre 2010