La complessità del senso
10 05 2026

Chaque Jour est une fête

film_chaquejourestunefeteChaque Jour est une fête
Dima El-Horr, 2009
Fotografia Dominique Gentil
Hiam Abbass, Manal Khader, Raïa Haïdar
Roma 2009, concorso

Beirut e il deserto. Tre donne e il loro allucinante viaggio. Vanno a trovare i mariti in carcere. Il bus che le porta deve fare 30 chilometri, ma dopo un po’ l’autista rimane ucciso da una pallottola proveniente da chissà dove. Tamara (Khader), Lina (Haïdar) e Hala (Abbass) procedono a piedi e sole. La strada si fa “interiore”. Ciascuna ha dentro di sé la sua ansia ed è turbata, un po’ dall’incognita del viaggio un po’ dallo stesso paesaggio montuoso e desertico, a tratti “minaccioso”. Tamara ha ancora l’incubo dell’arresto del suo uomo nel giorno stesso del matrimonio, Lina ha con sé i documenti del divorzio finalmente ottenuti con tanta fatica, Hala porta nella borsa la pistola che il marito, guardia carceraria, ha dimenticato a casa. La più brava ad esprimere il misterioso malessere è Hiam Abbass (Lo scafandro e la farfalla, Schnabel 2007, L’ospite inatteso, McCarthy, 2008). Nella sua borsa c’è un oggetto strano, che ella non sa far funzionare e di cui ha orrore. Personaggi misteriori si aggirano per il deserto. Un camion che trasporta galline dà un passaggio alle donne, salvo poi a lasciarle di nuovo a piedi. La cinepresa si sofferma a registrare con pari dignità volti e sassi, polvere e affanni, desolazione dei panorami e solitudine delle protagoniste. La costruzione del senso è lenta, i “giorni” e le “feste” sembrano tutti uguali. Il tempo non passa mai. Con linguaggio cinefilo, la libanese El-Horr osserva il materiale plastico con meticolosa curiosità, insistendo un po’ troppo in una sorta di simbolismo casuale. Il suo è un cinema di ricerca alla prima prova.

Franco Pecori

17 Ottobre 2009