After
After
Alberto Rodriguez, 2009
Fotografia Alex Catalán
Guillermo Toledo (Julio), Tristán Ulloa (Manuel), Blanca Romero (Ana), Jesús Carroza (Jesús), Raúl del Pozo (Pablo).
Roma 2009, concorso
Una delle scelte più difficili, nel cinema, è cogliere la problematica di un personaggio rappresentandone il momento dell’ubriacatura (Il Sordi de I vitelloni, per dire). Il miracolo di trasformare il “facile” nel difficilissimo estetico accade molto raramente. Manuel (Ulloa), Ana (Romero) e Julio (Toledo) non hanno parentela con l’Albertone felliniano e non è solo una diversità di situazione. I tre amici, trentenni, non sono provinciali (siamo in Spagna) e soffrono di una crisi di identità molto attuale, soddisfatti della propria collocazione nella società eppure drammaticamente soli. Si frequentavano da ragazzi e ora si ritrovano come per caso, come se uno “zio Truffaut” li avesse evocati ripensando a Jules et Jim (1961). Ma anche questa è forse un’illusione di Rodriguez, giovane regista spagnolo già conosciuto a Berlino e premiato a San Sebastian. Catherine (Jeanne Moreau), Jules (Oskar Werner) e Jim (Henri Serre) sono ben lontani per via che il loro amore è sì “impossibile” e romantico, ma è autentico sentimento. Manuel Ana e Julio non sono capaci di recuperare una qualche ingenuità o, se si vuole, sincerità. Li vediamo in apertura ballonzolare ubriachi e festosi nella strada notturna, agganciati in un trio “indissolubile” solo in apparenza. Hanno sul petto, all’altezza del cuore, tre bottoni rossi e luminescenti. Ma vedremo che il loro rapporto non sarà mai intimo per quanto disperato. Qui la vera differenza: i tre di Rodriguez non hanno possibilità, l’alcol e la droga, in fusione col sesso, sono per loro una miscela micidiale, un impedimento assoluto per la coscienza. All’ultima tappa nell’ultimo bar aperto (After) non trovano alcun traguardo. Film amaro e pessimista nella sostanza. Ma il regista non lo risolve sul piano espressivo, ché anzi resta un gradino al di sotto della tematica esistenziale, adagiandosi troppe volte in sequenze di tipo porno con la “scusa” della nuda e cruda fedeltà all’immagine. Al dunque, personaggi e regìa finiscono per essere equivalenti, per vivere la stessa vita.
Franco Pecori
17 Ottobre 2009