La complessità del senso
07 05 2026

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Regia Pippa Bianco, 2019
Sceneggiatura Pippa Bianco
Fotografia Ava Berkofsky
Attori Rhianne Barreto, Charlie Plummer, Poorna Jagannathan, J.C. MacKenzie, Nicholas Galitzine, Lovie Simone.

Virale. Il messaggio che si diffonde come un virus attraverso il web. Si deve cercare un antibiotico? È nota la dilagante frequentazione del mondo virtuale. La presenza di giovani e giovanissimi nella messaggistica non solo scritta ma audio-video rimanda alla sfera pedagogica del problema, l’importanza del quale, ovvio, sta prima di tutto nella consistenza comunicativa specifica e nella portata sociologica e culturale generale. Testo e contesto. I genitori si preoccupano perché i figli rischiano di vivere una vita “parallela” che tende a divenire autonoma e separata rispetto al sistema famigliare tradizionale. Controllare? limitare?, vietare? parteciparte? dialogare? Prima di tutto capire. Intanto, se “Tutti ne parlano” – è il titolo della sezione in cui Share è stato collocato nella Festa del Cinema di Roma -, vuol dire che il film, già visto in altro contesto (Sundance festival, Cannes, Deauville), ha avuto un impatto notevole. E infatti ne parliamo. La sostanza del contenuto riguarda appunto l’uso del cellulare e la possibile formazione di una coscienza “altra”, articolata nel nuovo contesto. La sedicenne Mandy (Rhianne Barreto), studentessa simpatica, carina e socievole, ama la scuola, gioca al basket e sta con gli amici. All’alba di un mattino si risveglia intontita e distesa su un prato, è contusa in varie parti del corpo, non ricorda cosa possa esserle successo. Poi un messaggino l’avverte che in rete circola un video che la riguarda, riguarda cose successe proprio a lei. Tutti gli spettatori possono capire di che si tratta, il fenomeno dello “sputtanamento scherzoso” via web è dilagante, i ragazzi di tutto il mondo amano divertirsi così, a volte esagerando in malignità. Mandy entra in crisi e l’imbarazzo si trasferisce presto anche alla madre e al padre. Il film è tratto da un corto girato dalla debuttante Pippa Bianco sulla stessa materia e, pur avendo ora la durata di 89′, non mostra l’andamento di un lungometraggio. Il fatto che la Bianco abbia avuto esperienza nella regia seriale (Euforia) sembra piuttosto valere come “altra faccia” del problema espressivo. Lo specifico Fiction, come noto, piace molto. Tra le ragioni del successo ve n’è una strutturale, di un certo carattere rassicurativo riguardo ai destini individuali e di gruppo (non “una volta e via”, ma ripetizione, conferma, prevedibilità). Lo spettatore si presenta agli appuntamenti, si sente parte della storia, una storia che diviene “storia vera” (consueta, abitudinaria?), per analogia o per contrasto. Alla fin fine, tutta la Fiction è Storia Vera. Si finge che lo sia, piace molto fingere che lo sia. Quando arriva il Virtuale, al primo impatto, dà fastidio. Come se la frase “ti amo” non  consistesse in una dimensione virtuale del vivere. Il malessere è dovuto a un grado di analfabetismo. La “virtualità” della comunicazione via web e col cellulare è denunciata come realtà falsa, quasi spregevole, priva di sostanza, di contenuto. Ma proprio attraverso tale rifiuto passa la predilezione. Non è strano? Il web piacerebbe in quanto falso? Bisognerà dire, prima o poi, che esiste un piano di verità della finzione e si tratta di una verità del linguaggio, semiotica, la sola che trasformi le cose in “cose”, unica realtà entro la quale sappiamo vivere. Ogni segno, dal più “semplice” al più complesso, vive di un grado di astrazione formale, senza del quale non potremmo comunicare, né operare delle scelte. Mandy entra in crisi perché la diffusione del video che la riguarda la costringe a con-testualizzare la propria “realtà”, a riconoscerne il grado di astrazione; e cioè la conseguente “diffusione” di se stessa, del proprio essere. Immagine distorta? Un po’ più e un po’ meno di altre. Di una comunque ciascuno di noi tutti ha bisogno per vivere nel contesto, essendo che, a un determinato livello di esplicitazione, un contesto comunque è di importanza vitale. Tutto questo è assente nel film di Pippa Bianco. E tuttavia abbiamo potuto prendere spunto da Share per condividere le riflessioni di cui sopra. Se avessimo voluto restare strettamente nel cinema, avremmo potuto ricordare soltanto la situazione basica che si verifica ogni volta che sul set si deve battere il ciak per la ripresa di un’inquadratura. Il regista arriva e la prima cosa che ha da fare è stabilire dove, in quale punto, piazzare la macchina da presa, cioè definire il punto di vista. Che un film possa essere un video e che la ripresa si possa realizzare con un “semplice” cellulare, è stranoto. Ma è anche ovvio che il titolo del film di Godard del 2014, Adieu au Language, non poteva che essere provocatorio. Il punto di vista è necessario. Lo vogliamo chiamare pertinenza? Va bene. Il film della Bianco denuncia almeno una tipizzazione semplificata, poco estetica (non ci stanchiamo di ripetere la valenza teoretica del termine, che non vuol dire “filosofia del Bello”), produttiva quasi soltanto di un dibattito “già fatto”. Non vorremmo che fosse piaciuto proprio per questo, per il suo grado di Fiction, di “storia vera”. Fiction e cellulare, un matrimonio che rischia di essere troppo presto “di fatto”: finzione e immediatezza, come appellarsi all’obiettività dell’obbiettivo. [Festa del cinema di Roma 2019, Sezione Tutti ne parlano]

Franco Pecori

25 Ottobre 2019