La complessità del senso
24 06 2026

Jan Palach

Jan Palach
Regia Robert Sedlácek, 2018
Sceneggiatura Eva Kanturková
Fotografia Jan Suster
Attori Viktor Zavadil, Zuzana Bydzovská, Denisa Barešová, Kristína Kanátová, Michal Balcar, Karel Jirák, Jan Vondráček, Jacob Erftemeijer.

Sinistra e destra per lui pari furono? Jan Palach, studente praghese di filosofia, si dette fuoco in piazza San Venceslao, il 16 gennaio 1969, cospargendosi il corpo di benzina. Aveva con sé alcune pagine di appunti che ebbe cura di lasciare poco distanti e che quindi si salvarono dalle fiamme. Vi si faceva riferimento a un gruppo di volontari pronti a bruciarsi per la causa (riformista) della Cecoslovacchia, contro l’oppressione sovietica. La scena del suicidio occupa il finale del film ed è impressionante per il composto realismo. La somiglianza di Viktor Zavadil con il vero Palach è notevole. La regia di Robert Sedlácek racconta gli ultimi mesi della vita di Jan con pacato distacco, i toni sono bassi, le emozioni trattenute. Da una parte si lascia così spazio alla giusta riflessione sulla sostanza di una scelta ideale molto forte, dall’altra si affida al referente storico più che all’impatto drammatico il peso di una valutazione ancor oggi utile e necessaria, nel contesto problematico di un post comunismo tutt’altro che risolto, non solo a Praga. Vediamo scene che descrivono la dimensione quotidiana della vita di Jan, il rapporto con la madre (Zuzana Bydzovská), donna pratica e poco incline a lasciarsi trasportare da visioni più che casalinghe, l’affettuosa intesa con la fidanzata (Denisa Barešová) e l’attrazione per un’altra ragazza (Kristína Kanátová), con scene sempre molto discrete e quasi pudiche, il rapporto con i compagni nella casa dello studente e nelle trasferte di lavoro in Kazakistan e in Francia, l’intesa parziale con il professore (Jan Vondráček) che lo protegge senza però seguirlo nei possibili slanci attuativi. Non ci si addentra in discorsi politici importanti. I sovietici e la polizia, carri armati e manganelli, sono cattivi e basta – è assodato dalla storia -, lo slancio verso la libertà è giovanilmente ovvio e naturale, la valutazione del rischio e delle conseguenze più generali di una scelta di campo non è affare del film (lo sarà – possiamo dire – forse del cinema e magari in altri contesti). Di sicuro, Jan è un ragazzo bravo, mite, religioso, fa la Comunione e si suicida vistosamente. Di sicuro una lapide gli fu dedicata in quella piazza che lo vide torcia umana. Di sicuro si ricordarono poi di lui musicisti di tendenze varie, da Francesco Guccini alla Compagnia dell’Anello. Pochi dubbi vi sono che la proposta di un film dedicato al momento simbolico più “infuocato” della Primavera di Praga cada, anche nel quadro di una “Festa del Cinema”, in un contesto europeo non isolabile fuori da problematiche politico-culturali necessariamente prospettiche. Ma il film/soggetto non sembra accorgersi di nulla, bloccato come pare in una cifra stilistica grigia, di cinema vecchio più che di cinema classico. [Festa del cinema di Roma 2018, Selezione Ufficiale]

Franco Pecori

23 Ottobre 2018