Iri
Iri
Lu Zhang, 2008
Jin-seo Yoon, Tae-woong Eum
Felstival Internazionale del Film di Roma 2008, Concorso.
E cammina cammina, la lentezza coreana vince sull’invadenza cinese. Frequentatore di festival (Locarno, Cannes, Berlino) il sudcoreano Zhang trasferisce l’immagine di Iri, moderna città dolente, dalla pancia della madre di Jin-seo (Yoon) all’animo della figlia e quindi sullo schermo. La protagonista, a 30 anni dalla terribile esplosione alla stazione ferroviaria di Iri (tragico bilancio di centinaia di morti), risente del trauma psichico subìto allora dalla mamma incinta di lei. Vagola per la città con un’aria da sonnanbula, preda di quanti approfittano della sua ingenua docilità. Ha un bel da fare il fratello per proteggerla. Il regista sceglie la via del pedinamento interiore. Segue la ragazza nei suoi spostamenti, quando svolge il suo lavoro di assistente in un ospizio, quando va a scuola di cinese, quando si muove negli spazi della quotidianità. L’equivalente e l’opposto della “indifferenza” nel comportament0 è nient’altro che l’altra faccia della fine sensibilità di Jin-seo, nei suoi gesti usuali. Nessuno ricorda l’orrore di quel lontano giorno dell’esplosione, tranne i rari sopravvissuti, che la televisione intervista nel giorno della triste ricorrenza. L’ambizione di Zhang è di seguire e mostrarci il sentiero di un’anima spaesata, di cui la città nuova (“cinese”) non riconosce i ritmi. Preso nell’ingranaggio stilistico, il regista trascura il problema di fondo di ogni simbolismo e di quello cinematografico in particolare: non potendo trattarsi della semplice e diretta realtà, quella che passa sullo schermo è già in sé un’immagine simbolica, perfino se stiamo vedendo un “documentario”. Sicché, quando la qualità del simbolo è usata in senso forte, può accadere che se ne abbia un senso di nausea, dovuta alla ridondanza del procedimento.
Franco Pecori
29 Ottobre 2008