Good
Good
Vicente Amorim, 2008
Viggo Mortensen, Jason Issacs, Jodie Whittaker, Mark Strong, Gemma Jones, Steven Mackintosh, Ruth Gemmell, Charlie Condou, Laurence Richardson, Ralph Riach, Steven Elder, Anastasia Hille, David de Keyser, Adrian Schiller, Ben Segal, Tallulah Boote-Bond.
Festival Internazionale del film di Roma 2008, Anteprima – Concorso.
Il nazismo? Una piega dell’anima. O se si preferisce, del pensiero. Le SS di Hitler cercano la qualità e John Halder (Mortensen), professore universitario e scrittore, sembra proprio essere l’uomo giusto. Nel 1937, Halder viene convocato dalla Cancelleria del Führer. Ha scritto un libro – tratto dalla storia vera, sua e della propria madre – in cui si giustifica l’eutanasia. John è contrario al nazismo, ma pensa che le cose prima o poi si sistemeranno. E d’altra parte, quello che gli è stato proposto è soltanto un “incarico onorario”. Lo dice a sua moglie e all’amico psicoanalista Maurice (Issacs), ebreo e democratico. Di onoriario non vi sarà molto, né di onorevole. Halder si troverà prigioniero dell’ingranaggio perverso e non troverà la forza di tirarsene fuori. Si bruciano i libri, Proust per esempio, si pensa di eliminare i malati di mente, si ristruttura il pensiero, si vuole “ripartire da zero”. Si spinge la gente a fare figli “ariani”. John non può averne dalla moglie, ma il nazismo ha pensato anche a questo: ora c’è il divorzio e c’è Anne (Whittaker), una studentessa entusiasta dei tempi nuovi e molto interessata all’affascinante professore. Procedendo verso il finale, il film si addentra nella storia personale di Halder, racconta il suo fallimento nel rapporto con Maurice e lascia spazio ad una rappresentazione un po’ più scontata degli orrori nazisti. Ma tutto ciò che dovevamo capire sulla filosofia distorta che invade le coscienze e cancella il pensiero libero e sull’organizzazione della nuova società resa possibile dall’accettazione passiva di tale invasione, lo avevamo già capito con la prima parte, mirabilmente puntuale nella descrizione dei dettagli psicologici che descrivono l’imprigionamento mentale della vittima (lo scrittore propenso a credere che la propria attività intelletuale sia separabile da ciò che di concreto stia accadendo nella società). Mortensen si cala nel ruolo con grande sensibilità e bravura, tanto che Good finisce con l’essere metafora di qualcosa di perfino più largo e profondo, un racconto trasferibile oltre lo stretto riferimento storico, sol che si voglia utilizzarne altre possibili indicazioni culturali e politiche.
Franco Pecori
27 Ottobre 2008