We are Young, We are Strong
Wir sind jung, wir sind stärk
Regia Burhan Qurbani, 2014
Sceneggiatura Martin Behnke, Burhan Qurbani
Fotografia Yoshi Heimrath
Festival Film Roma 2014, Cinema d’Oggi
Tedesco di origini afghane, Burhan Qurbani approda al Festival di Roma con un bagaglio non molto pesante ma di qualità riconosciuta. Dopo il corto del 2007, Illusion, sulla crisi di una ragazza che perde il lavoro e si dà all’illegalità, e dopo il primo lungometraggio, Shahada, premiato a Berlino nel 2010, sulle difficoltà d’integrazione dei musulmani in Germania a causa della loro fede religiosa, Qurbani rievoca ora le giornate violente dell’agosto 1992 a Rostock. L’ex città della Germania Est, sede di importanti industrie belliche impiantate da Hitler, semidistrutta durante il conflitto mondiale e poi passata alla Repubblica Democratica, ospitava un buon numero di rifugiati vietnamiti, la cui presenza nel complesso residenziale popolare dei Girasoli era mal tollerata dalla componente xenofoba della popolazione. Non pochi giovani, disoccupati ed esasperati dai conflitti anche interiori, da cui evidenti segni di disturbo psichico, esibivano simboli nazisti e, soprattutto, assumevano comportamenti a dir poco provocatori. Il confine tra politica e sociologia/psichiatria appariva labile specie nei momenti di particolare tensione, come quelli raccontati da Qurbani. In tale quadro, descritto bene dal regista anche attraverso un uso appropriato del bianco/nero (che diventa colore nell’ultima parte) per una visione “documentaria” (senza che la scelta fotografica appaia indiscreta né invadente), s’innestano storie personali, almeno due delle quali specialmente interessanti per lo sguardo “allargato” che comportano e suggeriscono, al di là della portanza soggettiva e anche sentimentale. Fa un certo effetto anche il comportamento estremo di uno dei giovani nazi, Robbie (Joel Basman), spinto a una specie di ribellione anarcoide che egli vive al proprio interno e quasi misteriosamente e che lo porta a mostrare, perfino nella fisiognomica, una sua istanza di gesto assoluto. Il più significativo del gruppo è Stefan (Jonas Nay), figlio del politico locale della SPD, Martin (Devid Striesow), figura questa di più che sufficiente ambiguità nel suo tentativo di alleggerire le proprie responsabilità nel non intervenire operativamente nella situazione. Stefan, pur nei turbamenti anche erotico-sentimentali procuratigli da Jennie (Saskia Rosendahl), ragazza dei loro, vive sul filo del suicidio l’attrazione emotiva verso le istanze naziste e il rapporto, carente e/o mancato, col padre. E’ il personaggio centrale, che dà prospettiva al ripescaggio di una memoria che poteva sembrare sepolta. Il problema della xenofobia non solo non è eliminato in Europa, ma rischia ogni giorno di riemergere, rafforzato nelle sue manifestazioni anche esteriori. Non meno importante è la figura di Lien (Trang Le Hong), la giovane vietnamita che deve far fronte alle necessità del lavoro e non vuole perdere ciò che di pratico è riuscita a costruire nel suo soggiorno in Germania. Nel suo volto è la sofferenza, contenuta e dignitosa, di tutta una generazione di giovani strappati alla propria esistenza d’origine. Belle le sequenze dell’amicizia con la compagna tedesca, la quale si convince a rischiare di persona per dare aiuto ai rifugiati rimasti intrappolati nel rogo appiccato dai “dimostranti” nella “notte del fuoco”. Qualche concessione ai momenti spettacolari non guasta la qualità del film, realizzato con trasparente coscienza ideale. [Festival Internazionale del Film di Roma, linea Cinema d’Oggi]
Franco Pecori
16 Ottobre 2014