Sebunsu Kodo / Seventh Code
Sebunsu Kodo
Regia Kiyoshi Kurosawa
Sceneggiatura Kiyoshi Kurosawa
Fotografia Shinya Kimura
Attori Atsuko Maeda, Ryohei Suzuki, Aissy, Hiroshi Yamamoto
Roma 2013, concorso.
Forse in Giappone Kiyoshi Kurosawa (classe 1955, autore piaciuto a Cannes, Venezia e Locarno) non ha trovato mafie abbastanza convincenti e ha deciso di volgere la macchina da presa verso occidente, intanto a Vladivostok. Akiko (Atsuko Maeda, proveniente dalle mini-serie tv, “un’attrice eccezionale che può sostenere la scena da sola”, dice il regista) arriva in Russia seguendo soltanto, così pare, il dettato del cuore: a Tokyo, è stata invitata una volta a cena da un certo imprenditore/affarista di nome Matsunaga (Ryohei Suzuki). Ora, trascinando freneticamente la sua valigia, insegue per le vie del porto affacciato sul Pacifico, al confine con la Cina, il suo amore agognato. Lo incontra ma lui non sa che farsene di quella ragazzetta asfissiante, le raccomanda piuttosto di fare molta attenzione alle persone con le quali potrà venire a contatto in Russia. Dev’essere uno che se ne intende. Ma Akiko non molla, ha intenzione di conquistare Matsunaga a tutti i costi? Vedremo come e perché. Non sarà un filmetto rosa. E però facciamo una pausa, tanto per far riprendere fiato alla protagonista. Rimasta senza soldi e senza niente, Akiko si ferma a lavorare nel ristorante di un altro giapponese (Hiroshi Yamamoto), voglioso di fortuna ma sfortunato, buono di carattere, il quale l’aiuta a perseguire il suo intento. La pausa serve anche a scoprire le intenzioni della compagna del ristoratore, una ragazza cinese (Aissy) la quale dimostra di avere le idee ben chiare sul da farsi: se ne andrà ancor più verso Ovest, a cercare soldi e potere che le permettano di cambiare le cose. Insomma, una bella coppia di donne intraprendenti e futuribili. Da questo punto in poi Kurosawa scopre di più il gioco, vedremo Akiko sfoderare doti di lottatrice e distruggere fisicamente il “nemico”, suo e nostro giacché nel frattempo verremo a sapere che Matsunaga, pur educato e gentile nei tratti, è un bel farabutto legato al traffico nucleare. Il regista sceglie di non fare la faccia feroce e mantiene la scena sul versante del quasi-paradosso spettacolare, esaltando le doti di Maeda e mettendole al servizio di un’entusiasmante vittoria femminile sui mali del mondo. Con tanto di fuoco d’artificio (spiritoso) finale. Senza troppi misteri, un tocco di violenza stilizzata, una fotografia limpida e geometrica e via, il cinema giapponese – altri Kurosawa permettendo – si fa sbrigativo.
Franco Pecori
13 Novembre 2013