Un enfant de toi
Un enfant de toi
Jacques Doillon, 2012
Fotografia Renato Berta, Laurent Chalet
Lou Doillon, Samuel Benchetrit, Malik Zidi, Marilyne Fontaine, Olga Milshtein
Roma 2012, concorso.
Vivere insieme. Non casualmente e per tutto il film. Il cinema del parigino Jacques Doillon (1944) viene da lontano e ora sceglie la compagnia di Lina (Olga Milshtein), 7 anni, e dei suoi genitori, Aya (Lou Dillon) e Louis (Samuel Benchetrit). Con loro c’è anche, in parte, Victor (Malik Zidi), ma il vero problema sta nel rapporto tra moglie e marito (separati). Si respira aria di cinema francese anni ’60, Doillon ha frequentato Robbe-Grillet per il montaggio di Trans-Europ-Express (1966), ha vinto il premio Jeune Cinéma a Cannes (La drôlesse, 1979) e a Venezia il Fipresci nel 1996 (Ponette). Il personaggio di Aya, difficile da interpretare per le sfaccettature del carattere e per il comportamento sempre in bilico tra nevrotica profondità e puntigliosa fuga in superficie, mette l’attrice nel circolo di interpreti come Sandrine Bonnaire o Juliette Binoche al cui lancio proprio Jacques Doillon ha contribuito. Senza quasi accorgersene, si entra nell’atmosfera rarefatta e intellettuale del film e nei 140 minuti della durata ci si abitua a convivere con i personaggi, quasi come loro amici. Sembra un film tutto parlato ma, se è vero che i dialoghi hanno la predominanza assoluta, è pur vero che raramente come in questo caso parola e gesto sono in perfetta fusione, gli attori esprimono con una spiccata libertà i contenuti della sceneggiatura coinvolgendo lo spettatore dapprima in modo analitico e poi sempre più a livello emotivo. Man mano ci accorgiamo che il desiderio di Aya di avere un altro figlio è causa e anche effetto della crisi con Louis: sono separati e la donna convive ormai stabilmente con Victor, ma la nuova situazione non la fa felice, la voglia di rivedere Louis la vince sulla decisione presa di starne lontana. Ci dimentichiamo della scrittura del film (sceneggiatura dello stesso regista) e di momento in momento percepiamo la vicinanza quasi fisica con i personaggi. I dialoghi rendono alla perfezione l’idea della difficoltà, in certe situazioni, di “dire tutto”, Louis e Aya si ritrovano e si separano di nuovo ad ogni incontro e addirittura ad ogni istante, una calamita li attira e qualcosa li divide. Louis ha una nuova compagna, Gaelle (Marilyne Fontaine), la quale però sembra non avere alcuna speranza di poterlo rendere felice. Catapultato in un turbine sessuale esterno, assunto come difesa dal possibile – ma irresistibile – rientro nel vecchio rapporto, l’uomo è sull’orlo della disperazione, è tentato perfino di stare al complicato gioco in cui cerca di coinvolgerlo Aya, con Victor e con la stessa Gaelle. È a questo punto che la parte di Lina (bravissima l’attrice bambina) si fa decisiva. La piccola dimostra una sensibilità fuori dal normale per la sua età e utilizza i codici del linguaggio e del comportamento infantili (per esempio nella finzione del rito del matrimonio con i suoi coetanei) integrandoli mirabilmente anche nella circostanza familiare. Lina è capace di portare alla superficie – e in definitiva la risolve – l’intricata questione psicologica che ha bloccato nell’impasse sentimentale Aya e Louis. Resnais, Truffaut e Rohmer non sembrano estranei, ma qui l’utopia del dialogo problematico e insieme del contatto sentimentale ha carattere più radicale e in un certo senso deterministico, mentre i grandi della Nouvelle Vague viaggiavano sull’onda di una poesia più esplicita.
Franco Pecori
15 Novembre 2012