La complessità del senso
10 05 2026

Aspettando il mare

V Ozidanii Morja
Bakhtiar Khudojnazarov, 2012
Fotografia Jan Vancaille, Dusan Joksimovic, Rifkat Ibragimov
Egor Beroev, Anastasia Mikulchina, Detlev Buck, Dinmukhamet Akhimov
Roma 2012 fc

Ecologia? Il matrimonio con la morale può essere facile. Ma ci vuole fede. Sicché può accadere che una tempesta enorme, addirittura un maremoto, faccia scomparire tutto un porto di pescatori, il peschereccio che nonostante le previsioni di maltempo aveva preso il largo e il mare stesso, lasciando d’attorno nient’altro che un’arida zona desertica. Gli abitanti, disperati per la perdita dei parenti sono tuttavia rimasti sul luogo, il porto si è trasformato in rudimentale pista di atterraggio per aerei, passa ogni tanto un treno chissà da dove o per dove. Solo un miracolo potrà restituire alla gente il mare e la nave del capitano Marat (Egor Beroev), unico superstite della catastrofe. Marat ritorna per ritrovare il relitto, gli altri del villaggio lo odiano, per loro è lui il colpevole di essersi salvato e di aver portato l’equipaggio a morire. Il mare cattivo s’è preso anche sua moglie Dari, che quel giorno volle fargli compagnia. Lo accolgono bene soltanto il vecchio amico Balthazar (Detlev Buck) e Tamara (Anastasia Mikulchina), sorella minore di Dari. La giovane è sempre stata innamorata del cognato, ma ora nella testa dell’uomo c’è soltanto il relitto da recuperare e il mare da ritrovare. Il film è giocato sul filo di questo “sogno”, vissuto come un’utopia dell’esistenza impossibile, in cui anche il deserto della natura è recuperabile alla speranza. Marat, pieno di fede, traina con enorme fatica la nave, conquistando il terreno metro su metro, i cammelli guardano scettici, Balthazar scorrazza su e giù con la moto e perfino la fattucchiera nella sua grotta capisce che è bene consigliare a Tamara e al marinaio pazzo una scelta più semplice: «Vivi con i vivi», dice. Ma Bakhtiar Khudojnazarov (Tagikistan 1965) preferisce dar luogo alla fantasia e prevede un finale meno realistico. Del resto, all’interno delle sequenze il kolossal desertico si concede più di qualche permesso, in ossequio alla legge dell’invenzione. Non che i personaggi non abbiano un aspetto “riconoscibile”, ma non sempre la loro azione risponde a un realismo contestuale ben definito. La prova d’attore del protagonista è comunque apprezzabile per il giusto mix di prorompente spontaneità e di controllata maestria espressionista. Nota referenziale: negli anni tra il 1960 e il 1990 il Lago d’Aral, in Asia centrale, rimase quasi prosciugato a causa dell’eccessivo prelievo d’acqua per l’irrigazione.

Franco Pecori

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9 Novembre 2012