Magic Valley
Magic Valley
Jaffe Zinn, 2011
Fotografia Sean Kirby
Scott Glenn, Kyle Gallner, Alison Elliott, Matthew Gray, Gubler Brad, William Henke, Will Estes
Roma 2011, concorso.
Bambini giocano nell’Idaho, antico territorio di indiani e tuttora di Mormoni. Tutto è tranquillo nella cittadina di Buhl. Solo qualche piccolo inconveniente. Nel fiume i salmoni sono morti per mancanza di ossigeno, qualcuno ha fatto scarseggiare l’acqua. L’allevatore, innervosito per il danno e per la fatica di dover ripulire tutto d’attorno, spara qualche colpo di fucile verso i bovini del vicino che stanno oltrepassando il loro limite. C’è il sole, la mattina è calda. Due fratellini esplorano il territorio e giocano agli indiani. Buoni buoni e silenziosi. Un ragazzo più grande si aggira pattinando qua e là con la sua tavola, ha l’aria pensosa e un po’ triste. La sera prima è stato a una festa di quelle impegnative. C’era anche Susan. Ora la madre, figlia dello sceriffo, la cerca ma non è in casa. Telefona alle amiche ma niente e comincia a preoccuparsi. Intanto lo sceriffo fa il giro di normale perlustrazione con una guardia più giovane lungo le strade di campagna semideserte. Ne approfitta per sparare a un fagiano col suo pistolone. Si annoiano, non sanno che fare. Poi la radio gracchierà, hanno trovato una ragazzina morta in un prato non molto distante. È quasi sepolta, ricoperta di terra solo a metà. I due bambini avevano preso una pala e una carriola ma non sono riusciti a finire il lavoro. “Ha uno strano odore” ha osservato uno di loro, quello con le penne da indiano. L’esordiente Jaffe Zinn, laureato in cinema alla Tisch School of the Arts della New York University, osserva con occhio apparentemente glaciale le cose banali che “capitano” sotto l’occhio della cinepresa, quasi indifferente alla scelta. Ma non ce la dà a intendere e nemmeno lo vuole. Costruisce invece un reticolo di particolari che, lentamente, vanno a formare il freddo e preoccupante ritratto di un’America anonima e passiva, nel cui fondo palpitano “inezie” pericolose. È un cinema interessante, uno sguardo consapevole delle possibilità anche non-narrative del mezzo. Il metodo da cui si parte è di tipo hitchcockiano: lo spettatore sa come stanno le cose e aspetta di vedere come si risolvono, poi lo svolgimento si articola in dettagli “casuali” che allargano la visione e la diegesi si fa più ambiziosa, denunciando il limite dell’inevitabile immaturità nell’approccio.
Franco Pecori
31 Ottobre 2011